Clandestinamentemente’s Blog

Archive for the ‘i percorsi del sè’ Category

Ultimamente sto riscoprendo il piacere delle cose semplici, pensieri e gesti che sempre più sovente si danno per scontati e spontanei mentre invece, non lo sono per nulla.

Quane sono le coppie sposate che danno per assodato e certo il condividere i propri spazi con il proprio compagno/a, e quante di loro neanche più notano la poesia della presenza dell’altro anche solo dai piccoli dettagli? Una camicia nel proprio armadio, un paio di pantofole che non sono le tue, delle magliette insieme nello stesso cesto della biancheria. Quanta poesia si nasconde dietro questi spazi condivisi e convissuti…

Si da per scontato che svegliarsi accanto alla donna scelta sia normale, difficilmente ci si accorge ogni mattina della grande fortuna che si ha nell’aprire gli occhi e vedere i suoi, sentire il cuore che batte, e non solo perchè segue la meccanica perfetta del nostro corpo, ma perchè si perde in un battito impazzito con melodia jazz.

Quanto è bello sentire un musetto morbido che ti da il buongiorno al mattino e che si coccola sulle tue gambe la sera, impastando immaginarie pagnotte nell’aria. Quanto è bello annusare il suo pelo e sentirlo morbido e profumato, occhi che si perdono negli occhi, perchè per capirsi e amarsi non bisogna per forza essere della stessa razza.

Quanto è bello dopo anni, risentire di vivere emozioni che si pensava di non essere più in grado, troppo disilluse ormai. Quanto è bello riscoprirsi a vivere un sentimento come se fosse la prima volta che lo si vive…

Quanto è bello immaginare il momento in cui si diranno e ci saranno rivolte parole d’amore, consapevoli che le parole sono solo parole, ma che le emozioni le arricchiscono ogni volta con nuovi bagliori che colpiscono all’improvviso e ti fanno capire davvero che sono le cose semplici che ti fanno sentire vivo.

 

“Il treno freccia rossa proveniente da Roma delle 14.23, è in arrivo al binario 16”

Ed eccomi, in cima al binario ad aspettare.

Come me anche altre persone sono venute a prendere i propri cari, scorgo un omone tutto barbuto con una rosa rossa dal lungo gambo. Sorrido. E’ bello vedere trasparire l’emozione anche da questi gesti, forse d’altri tempi, eppure sempre significativi e romantici. Non passano mai di moda e non perdono mai il loro effetto.

Quando cerco di scorgere il suo viso non so mai dove mettere le mani. Le sento sudate e i miei occhi iniziano a guardare tra la folla che scende dal treno.

E’ arrivata la ragazza di quel ragazzo con la bici e i capelli spettinati. Che bel bacio si sono dati.

Arriva anche il figlio di quella coppia con il Golden Retriver. Quante feste, sembra che la sua coda sia impazzita.

La mano in tasca continua a sudare, i miei occhi continuano a cercare e il collo inizia ad allungarsi per cercare più in fondo.

Eppure lo so che a lui piace scendere per ultimo, ma io continuo a cercare.

Torna indietro l’omone barbuto con la rosa, ora però la rosa non l’ha più in mano lui, ma il suo fidanzato. Camminano abbracciati lungo il binario. Bello vedere il loro amore, a dispetto dei beceri moralisti pronti a giudicare con troppa facilità.

Passo la mano sulla giacca, abbasso un attimo lo sguardo e poi torno a guardare la folla, in cerca del suo viso.

La gente si dirada sempre più, ora dovrebbe essere più semplice per me scorgerlo, eppure ancora non lo vedo.

Inizio a guardare anche dall’altra parte delle pensilina, magari c’era meno gente e arriva da quella parte…ancora nulla.

Penso al bacio di quei ragazzi con la bici, all’abbaccio della famiglia con cagnone, alla rosa dei due innamorati.

Non lo vedo ancora.

Le stazioni sono popolate da mille storie. Sorrisi, lacrime… me le sto sentendo tutte addosso.

Quando la pensilina è quasi vuota e vedo arrivare i controllori con le loro uniformi inizio a chiedermi seriamente dove sia, eppure era sul treno.

Prendo il telefono per chiamarlo o vedere se mi ha chiamata e mentre mi distraggo sento che qualcuno mi mette le mani davanti agli occhi, abbracciandomi da dietro.

Sorrido.

Riconoscerei quelle mani tra mille e non bisogna certo essere delle aquile per capire chi sia.

Le accarezzo, le tolgo da davanti gli occhi e le bacio. Mi giro e vedo i suoi occhi e il suo sorriso, nasce istantaneo un sorriso anche sul mio volto.

Si, le stazioni sono popolate da mille storie, ora da una in più… la nostra.

 

 

Il rumore del mare.

Onde che arrivano a riva e si infrangono, altre che ripartono lente per andare via e tornare, sotto altre forme, con un nuovo suono a cullare la mente.

Tutta la vita è uno scorrere in un lento movimento di onde che segnano istante dopo istante la nostra spiaggia.

Onde che a volte increspano pensieri e a volte li accarezzano solleticandoli. Onde che portano lontano, che fanno attraversare mari, non tralasciando le insenature.

Stasera mi perdo nelle onde dei miei pensieri.

Ricordi.

Sguardi.

Quella risata che ha scaldato il cuore.

Quella parola dolce alla quale speri di non abituarti mai, per non perderne l’essenza della dolcezza.

Istanti che segnano vite, che regolano respiri, uno dopo l’altro.

Come le note di una canzone che era da tempo che non ascoltavi più e che riaccende un ricordo, una sensazione. Un lasciarsi trasportare che non conosce tempo.

Il ricordo di un viaggio.

Il tuo.

 

Stesa sul letto, abbracciata a te, con la mente o con il corpo, poco importa.

Ciò che importa è la tua presenza, rilassata, con gli occhi chiusi.

Mentre non guardi io guardo te a debita distanza. Sei rilassato e non voglio disturbare la tua quiete.

Ti osservo e con lo sguardo percorro il tuo profilo, la fronte, il naso, le labbra. Controllo il tuo respiro e veglio sul tuo riposo, memorizzando ogni centimetro del tuo viso, per poi chiudere gli occhi e continuare a fissarti.

Voglio ricordare ogni particolare, il profumo della tua pelle, il disegno delle tue labbra, la piega dei tuoi capelli, senza giungere mai al limite, perchè di te non ne ho mai abbastanza.

Nei miei pensieri e nel mio corpo la tua essenza entra lasciando il segno, la mia pelle porta la tua firma che io accarezzo quando ormai il tuo corpo è lontano dal mio mentre la tua anima mi fa ancora compagnia.

Con la mente disegno profili non presenti, con la mente rivivo le emozioni che mi regali e che non sono capace a esprimere a parole ma che cerco di trasmetterti con il mio sguardo, con le piccole attenzioni che ti regalo.

Emozioni da trattare con cura e attenzione, la stessa che io regalo a te, la stessa che tu regali a me.

Un regalarsi reciproco il nostro, che cresce con noi e nel divenire quello che siamo.

Con la mente disegno profili, con le dita li ripercorro nell’aria…

 

Erano anni ormai che non giocava piu’.

Anni passati tra casa e ufficio. Anni piacevoli, anzi splendidi, anni di soddisfazioni, di emozioni, di crescita personale e professionale, forse però non spensierati, tutt’altro.

Quando a casa l’atmosfera era cambiata aveva preso l’abitudine di frequentare alcuni parchi, perdersi nei suoi pensieri, affascinato dalla natura degli esseri che li frequentavano.

All’inizio amava sedersi su una panchina a pensare a se stesso, a cosa desiderasse davvero e intanto osservava. Si divertiva a guardare i cani randagi rincorrersi, scambiarsi i ruoli passando all’improvviso da preda a cacciatore, tanto per tenere vivo il gioco oppure quando due di loro iniziavano furiosamente a litigare senza motivo apparente.

Soprattutto amava osservare i cani al guinzaglio e i comportamenti con i loro padroni, chi piu’ addestrato camminava al passo, chi giocava lanciandosi all’inseguimento di un bastone, chi osservava con occhioni perplessi il padrone che lo supplicava dolcemente di ubbidirgli e chi bellamente se ne fregava di tutto e lo lasciava a sgolarsi lanciando ordini che non sarebbero mai stati eseguiti.

Fino ad allora lui si era sempre limitato a far due coccole quando ne trovava uno particolarmente carino, ma erano gesti automatici tra chi cercava e dava affetto a tempo perso, affetti portati via dal primo alito di vento e nel vento dispersi.

Adesso capiva che non voleva solo ricominciare a giocare, avrebbe voluto qualcosa di piu’, cimentarsi in qualcosa che lo facesse sentire ancora vivo, piu’ vivo… e quell’intimo piacere che provava anche solo nel vedere alcuni comportamenti, nell’immaginarsi viverli, nel vedere azioni e reazioni lo avevano convinto: doveva farlo.

Tra i vari parchi a sua disposizione uno portava con se un profumo di spensieratezza e voglia d’evasione particolare, lo faceva stare bene; soprattutto per quel gruppetto di cani, giocoso, casinaro, divertente, ci stava bene. E tra tutti quella piccola cagnetta lo affascinava particolarmente: con quell’aria timida e mansueta, quello sgardo di sfida al mondo, sempre accucciata in un angolo per poi saltar fuori all’improvviso a far piu’ casino di tutti.

Certo addestrare un cucciolo sarebbe stato più semplice, quella aveva chiaramente i suoi anni, sembrava giovane ma si capiva che era abituata alla libertà. Sarebbe stato in fondo ancora più interessante. Sì, l’avrebbe presa e addestrata.

L’inizio non fu facile, combattuto tra tante resistenze, l’abitudine alla libertà e la voglia di compiacerlo e di imparare. Entrambi in fondo provavano un’immensa soddisfazione nel riuscire, anche se all’inizio erano comandi semplici, più portati al conoscersi, annusarsi, alla ricerca di una possibile fiducia. Le rivolte, le ringhiate e gli sguardi di sfida lo divertivano e spingevano a continuare, come le grandi soddisfazioni date da piccoli successi gli confermavano che era stata una scelta corretta.

Andava ancora per parchi, sempre con lei al suo fianco, amava sempre osservare gli altri e vedere cosa succedeva attorno, ma non si fermava più sulla sua vecchia panchina a pensare a se stesso, a cosa avrebbe desiderato, adesso sentiva un senso di completezza che lo appagava come mai prima.

Il passare degli anni porta saggezza e consolida il rapporto, adesso vanno insieme per parchi, osservano gli altri giocare, rincorrersi e litigare, ma come “la giovinezza è quella fidanzata che capiamo solo quando ci ha definitivamente lasciati” (cit. Zafòn) anche la disciplina deve adattarsi e dove il corpo non ci permette più di spingere oltre l’addestramento fisico occorre sopperire con una maggior disciplina mentale, trovare nuovi stimoli, crearsi nuove regole.

Accadde un giorno che decise di portarla in un percorso di agility, quei percorsi delimitati con ostacoli da superare, saltare o tubi dove infilarsi, le avrebbe fatto bene correre un pò. Le istruzioni erano semplici, fecero un giro di prova insieme, lui le spiegò cosa fare e come, lei saltava e correva seguendo perfettamente il percorso, un occhio all’ostacolo e uno sgardo a lui, a leggere la sua soddisfazione, era pronta e lui era orgoglioso di lei.

Il giorno della gara tutto era pronto, lei conosceva perfettamente cosa fare, dove andare, sapeva quanto lui ci tenesse, non poteva sbagliare.

Lui era lì, la giornata era tiepida, il sole riscaldava l’aria fresca, era autunno, ma sembrava che la primavera si fosse risvegliata in anticipo e fosse ansiosa di tornare in pista.

Al via uno sguardo d’intesa diceva chiaramente “ce la possiamo fare”, il primo ostacolo fu superato quasi volando, ingresso e uscita dal tunnel col muso rasente il terreno in posizione aereodinamica e forse fu proprio quella vicinanza a portarle alle narici l’odore della traccia di una quaglia probabilmente passata dal campo nella notte.

La sterzata fu improvvisa, inaspettata. L’ “ohhh” del pubblico gli arrivo alle orecchie prima che si fosse reso conto di quanto era successo, si fermò e la vide seguire quel sentiero invisibile, fino a fermarsi al di fuori del percorso… la traccia era persa.

Solo allora lei capì cosa aveva fatto, lo vide fermo tra gli ostacoli, solo, e lesse lo stupore nei suoi occhi. Avrebbe voluto sprofondare nel terreno, avrebbe voluto non fosse solo soffice, ma fangoso e immergersi.

Tornarono a casa in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri: lei sapeva che sarebbe stata punita, sapeva di aver sbagliato, ma era stata la sua natura, ma era stato un gesto involontario, ma non era stata veramente lei a volerlo, ma… il manuale delle 100 scuse si stava formando nella sua testa.

In lui affioravano mille dubbi sul tempo speso, sull’insegnamento dato, sì l’avrebbe punita perché non non doveva dimenticare l’errore, ma la cosa non gli dava la minima soddisfazione.

Anni d’insegnamento e disciplina andati in fumo, bruciati proprio nel momento in cui avrebbero dovuto realizzarsi.

C’è ancora una panchina in quel parco…

Ubar Estiqaasti

Ho sempre avuto l’insana passione di camminare con il naso all’insù.

Non tenere lo sguardo altezza vetrine solitamente regala sorprese architettoniche e la possibilità di viaggiare un po’ con la fantasia.

Trovo particolarmente affascinante poi sbirciare nelle case altrui. Fuori è buio, magari fa anche un po’ freddo e sei per strada, sollevi lo sguardo e vedi una finestra, con la luce accesa all’interno e quante più finestre con le luci accese potrai trovare, quanti più arredamenti differenti troverai.

Case austere, altre cariche di colori, quante personalità differenti, quante vite a incrociarsi e incontrarsi magari nelle scale del condominio.

Mi ritrovo a volte incantanta a immaginare chi è che vive in quell’appartamento, che mestiere fa, se ha dei figli, se è felice…

Sento quasi il calore di quella casa e da brava attrice recito mentalmente il passo dell’uomo dal fiore in bocca di Pirandello:

Sono capace di stare anche un’ora fermo a guardare dentro una bottega attraverso la vetrina. Mi ci dimentico. Mi sembra d’essere, vorrei essere veramente quella stoffa là di seta… quel bordatino… quel nastro rosso o celeste che le giovani di merceria, dopo averlo misurato sul metro, ha visto come fanno? se lo raccolgono a numero otto intorno al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d’incartarlo.

Guardo il cliente o la cliente che escono dalla bottega con l’involto appeso al dito o in mano o sotto il braccio… Li seguo con gli occhi, finché non li perdo di vista… immaginando… – uh, quante cose immagino! Lei non può farsene un’idea.

Ma mi serve. Mi serve questo.

Attaccarmi cosí – dico con l’immaginazione – alla vita. Come un rampicante attorno alle sbarre d’una cancellata.

Ah, non lasciarla mai posare un momento l’immaginazione: – aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri… – ma non della gente che conosco. No, no. A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse, una nausea. Alla vita degli estranei, intorno ai quali la mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo e in quello. E sapesse quanto e come lavora! fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di questo e di quello; ci vivo; mi ci sento proprio, fino ad avvertire… sa quel particolare alito che cova in ogni casa? nella sua, nella mia. – Ma nella nostra, noi, non l’avvertiamo più, perché è l’alito stesso della nostra vita, mi spiego?”

Ecco, esattamente come l’uomo dal fiore in bocca io mi addentro nelle vite degli altri, per sentirne il senso, il profumo, rimanendo ad osservarle.

Percepire il senso della vita, non solo della mia, ma anche quella degli altri, nelle moltitudini differenti in cui può svilupparsi e crescere consumandosi.

Ha un che di consolatorio tutto ciò. Si pensa di poter vivere talmente tante vite differenti e ci si sente in grado di cambiare la propria, come se bastasse un arredamento differente per essere persone differenti.

Ma in fondo non è questo il punto.

Il punto è sentire l’alito della vita che soffia e ti fa sentire vivo anche quando sei fermo ad osservare l’ atto unico di una attrice spettatrice.

 

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A volte si diventa giudici troppo severi di se stessi.

Senza considerare la sinusoide ormonale femminile che contraddistingue l’umore di noi fanciulle, a volte, senza neanche la banale motivazione dell’altalena ormonale, ci si guarda allo specchio e ci si trova una miriade di difetti, esterni, e quelli con un po’ di trucco e parrucco si riescono a nascondere, e interni, e per quelli è difficile porre rimedio. Anche con il miglior trucco possibile il sorriso che ci si rivolge è sempre un po’ storto, non sincero e assolutamente non attraente.

Quando sono in queste fasi umorali e mi capita di chiaccherare con qualcuno ho la tendenza a non nascondere affatto le mie crisi esistenziali. Metto a nudo la mia anima, e c’è chi dice che sbaglio, perchè offro il fianco per eventualmente essere attaccata e ferita e chi invece rimane spiazzato da tanta sincerità.

Ai secondi la frase che si forma tipo fumetto sulla testa è “sei speciale”.

Lo sono?

Sono sicuramente una donna forte. Forte, fragile ed emotiva allo stesso tempo.

C’è chi mi definisce una donna con le palle, ed effettivamente devo ammettere che in più di un’occasione della mia vita è stato necessario tirarle fuori e servirsi di loro per trovare, forza, coraggio e un sano senso di autoconservazione.

Sono decisa e determinata e se ho un obiettivo davanti a me difficilmente non lo raggiungo, anche perchè col tempo ho imparato a calibrare le mie energie e ad apprezzare le vittorie sudate con fatica e onore piuttosto che apprezzare le vittorie semplici di ciò che ci viene facile fin da subito, e si raggiunge con minor impegno.

Se in ambito lavorativo mi sono dovuta costruire, annientare e ricostruire nuovamente, e devo ammettere con un buon successo, dal punto di vista relazionale la mia vita si scinde assolutamente in due.

Le amicizie, uniche e insostituibili, sempre pronte ad arricchirsi e crescere. Ogni nuovo amico è il benvenuto e per fortuna la vita continua a regalarmene molte. Compagni di vita e di viaggio, anche se solo per poche fermate sull’autobus della mia vita, le persone si aprono a me con il cuore, forse perchè sentono e percepiscono che io faccio la stessa cosa con loro.

Un buon senso dello humor e una faccia di gomma come la mia favoriscono poi le risate collettive, se per anni ho fatto e faccio cabaret e teatro comico un motivo ci sarà.

Una bella persona. Certo lo sono.

Ma la mia non è una mancanza di modestia, semplicemente un prendere coscienza di ciò che si è.

Sono talmente una bella persona che anche con i miei amori ho sempre badato prima al loro bene piuttosto che al mio. Mai egoista, mai pretenziosa, una brava cagnetta.

A cuccia pronta a bearsi delle carezze del suo padrone, a scodinzolare felice e fedele, pronta a giocare e a rispondere al suo comando, senza mai digrignare i denti una sola volta.

Compagna ideale, non sono appiccicosa, lascio liberi i reciproci spazi personali, donna indipendente e fedele.

Evidentemente nella mia ricetta personale dell’amore però qualcosa viene sempre a mancare, il fatidico ingrediente segreto q.b.  che rende irripetibile, indimenticabile e soprattutto irrinunciabile un rapporto.

Le esperienze negative della vita hanno segnato me come chiunque altro sulla faccia della terra, non sono per nulla speciale in questo, direi anzi piuttosto comune.

Diventa poi col tempo abbastanza comune cercare di proteggere i propri sentimenti, tutelarli, ma senza cercare di soffocarli, perchè si sa, una vita senza amore è troppo triste per essere vissuta.

E’ così che ho imparato ad amare a modo mio. Ho imparato a fare anche in età adulta quello che solitamente è prerogativa fanciullesca o adolescenziale.

Io amo a distanza.

Non dimostrando, non manifestando, vivendo intrinsecamente un sentimento che non riesce più a trovare sbocco, e se lo trova torna in faccia come un pungiball mal spinto.

“Tu riesci a fare questo?”

Si, ci riesco, anzi, per meglio definire la mia prerogativa, io riesco a fare solo questo. E’ il resto che non mi viene.

Quel fumetto sulla testa del mio interlocutore è sempre lì. Che donna dai sentimenti vivi e puri, limpidi.

No avventore.

Non è così.

Non c’è proprio nulla di speciale in questo, è solo la vita.

La mia.


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