Clandestinamentemente’s Blog

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Capita di rivedersi dopo tanto tempo. Dopo un iniziale “ma ciao, come stai? oh ma ti trovo proprio bene” inizia il vero dialogo, quello che unisce due anime amiche che tali rimangono anche se sono state separate da un po’ di mesi di silenzio.

Ci si racconta le vicissitudini degli ultimi mesi e di certo mi capita di accorgermi di una vena malinconica nello sguardo della mia amica e poi una parola…crisi.

La crisi tocca tutti, quella economica, quella sociale, quella dei rapporti umani.

“Ci raggiungono degli amici per una pizza qui a casa, ti spiace?”

“Ma figurati, sono solo contenta di conoscere gente nuova.”

Ed ecco che arrivano cinque ragazzi, tutti in stile un po’ grunge, come piace a me. Bastano poche battute per capire che sono tutti simpatici e semplici, piccoli gesti di gentilezza che denotano attenzione e molta educazione.

Un po’ di timidezza iniziale, il silenzio era un po’ troppo statico, e un po’ di chiacchere convenzionali per iniziare a conoscersi. Si inizia con la domanda classica “che lavoro fai?”

“io sono un lavoratore stagionale, ho una gelateria su un isolotto greco, sto lì da maggio a ottobre circa, lavorando un sacco e dormendo pochissimo, d’inverno torno a Torino e cerco dei lavoretti, fino a due anni fa li trovavo anche, ora è decisamente più diffcile.”

“io sono un camionista, viaggio spesso e sto via per giorni interi, la cabina del mio camion è casa mia, sono stato in un sacco di posti, ma ho visto solo la zona industriale, ogni tanto carico qualche amico che viaggia con me, per avere anche un po’ di compagnia, certo non è un lavoro facile, ti deve piacere per riuscire a reggerlo”

“io lavoro in un CAF, ci sono delle ragazze che lavorano in nero da noi, che in un centro di assistenza fiscale è un vero scandalo, ma è sempre meglio di fare volontariato e basta se hai una famiglia da mantenere”

“io ho lavorato in Grecia, ad Atene, per un centro di assistenza App della Apple. Ha chiuso da un anno, fichè son riuscito sono rimasto in Grecia, poi la crisi economica era davvero insostenibile e sono tornato in Italia. Ora sono da mia zia, perchè non ho più i miei. Spero di riuscire ad andarmene di nuovo dall’Italia.”

“io lavoro fino al 31 dicembre in una cooperativa che offre assistenza agli anziani soli. Ci hanno già dato la lettera di licenziamento per fine anno. Spero di riuscire a rendere la mia capacità di aiutare il prossimo una risorsa, magari insegnando tecniche di meditazione. Solitamente quando arrivi ad avere bisogno di fare meditazione per ascoltare il tuo corpo è perchè sei preso davvero male, ma se impari a farlo nel modo giusto e a cogliere i messaggi che il tuo corpo ti sta dando e impari a lavorarci su puoi affrontare tutto con una nuova energia. Questo licenziamento annunciato lo sto vivendo bene, come una nuova possibilità.”

Arrivano le pizze e si lasciano da parte le chiacchere convenzionali che hanno permesso di avere un quadro iniziale dei commensali e poi si chiacchera, del più e del meno fino a tarda notte.

Compagni di scuola superiore, che la vita ha allontanato e riavvicinato, in un tira e molla che li ha resi sempre più uniti da esperienze condivise e raccontate. Ciò che contraddistingue il grupo di amici è la capacità si esserci, l’uno per l’altro, con una semplicità che diventa a tratti disarmante.

Si ride, si scherza, ci si prende in giro e anche chi si è conosciuto solo da poche ore diventa un nuovo contatto di vita.

Si ascolta musica e ci si racconta film, il tutto giocando con un micio di pochi mesi che mordicchia, corre e va ora in braccio ad uno, ora in braccio all’altro.

Si fanno le tre del mattino in un attimo e a fine serata ci si abbraccia e ci si sorride sperando di rivedersi presto, magari in una prossima serata in amicizia, come questa.

Stamani mi sveglio e penso a quei  cinque ragazzi e alla mia amica che la vita ha segnato.

Quarantenni di oggi, di una società che non offre garanzie dal lato economico e sociale ma che hanno la ricchezza di un sentimento che non si può comprare, che si regala e si riceve in cambio in maniera gratuita e disinteressata.

Figli di un Dio minore e di una società europea sempre più allo sbando. Tutti avevano una bella luce negli occhi e dei sorrisi timidi e sinceri.

Mi piace pensare che si possa uscire da questa “crisi” grazie alla bellezza d’animo di individui del genere. Se ci dovessimo riuscire, il mondo sarà un posto migliore per forza.

La felicità, a volte, è come lo scatto di un’istantanea:improvvisa. Se non la riconosci e non ne godi, nella foto vieni con gli occhi chiusi.

Questa è la frase su cui da ieri penso e rifletto.

Mi guardo indietro, volgendo lo sguardo a questa esperienza appena conclusa, con mille fatiche mentali e tanta stanchezza.

Sono sempre stata una donna romantica, ciò che finisce mi mette addosso una piccola triste malinconia.

Nel mio volermi rimettere in gioco a Novembre dell’anno scorso con l’iscrizione al corso per Tecnico Ambiente Energia e Sicurezza, ho avuto la grande fortuna di poter incontrare delle persone meravigliose, che ricorderò sempre con il sorriso, anche se a volte non mi hanno affatto fatto sorridere. Ricorderò la cortesia e il profondo senso di collaborazione ricevuto quando, iniziando a lavorare, non riuscivo più a seguire le lezioni e allora, chi mi passava gli appunti, chi mi mandava le dispense via mail.

Tanti i week end passati sui libri, tante le sere dopo il lavoro.

Il mio progetto futuristico sul fotovoltaico di terza generazione e la bio architettura che mi prendeva e mi ci faceva ragionare su anche mentre ero alla guida in tangenziale.

Il senso di unione e reciproco aiuto che si è respirato in tutte le prove, segno di 12 ragazzi, riuniti dalla vita e da esperienze diverse nella stessa stanza, ma ancora non abituate alle triste loghiche comuni del arrivismo solitario.

Ricordo anche i due volti dei due ragazzi che vennero solo per pochi giorni. E chissà perchè, se rivolgo il mio pensiero ad ognuno di loro, li ricordo sorridenti, tutti, dal primo all’ultimo.

Ieri la fine di tutto un percorso, il senso di voler rimanere uniti e insieme fino alla fine e il ripromettersi di vedersi tutti il week end successivo per una cena.

Si arriva a casa, e ci si fa una bella doccia, di quelle lunghe, con il getto d’acqua fresco ma non troppo per affrontare la calura estiva di questo Luglio torinese.

Vedo le goccie scivolare sulla mia pelle, idratandola, come le esperienze vissute nell’ultimo anno e le persone incontrate.

Sorrido.

E’ finita la fatica, rimangono gli insegnamenti, tecnici e di vita.

 

Scartabellando un po’ in rete ieri ho trovato un link pubblicato su facebook che mi ha fatto ragionare un po’…

“Dedico il mio primo link dell’anno a te Matteo che avrai festeggiato capodanno lassù tra le nuvole e gli angeli, perchè una pallottola sparata da chissà quale mano, ti ha tolto la gioventù, una lunga vita da vivere, e il sorriso dei tuoi 24 anni, in un paese lontano da casa dove eri a difendere la pace e la libertà!!! Ciao Matteo”

Ora so di essere abbastanza cruda ma….Ovviamente massimo rispetto per questo povero ragazzo, ma la missione “di pace” dove sti ragazzi sono coinvolti è solo un modo per avvicinare le tasche dei nostri paesi a sorgenti petrolifere…mi chiedo perchè, un paese come il nostro, dove le strade sono popolate da ragazze romene a volte anche OBBLIGATE a prostituirsi, voglia andare a fare missioni di pace solo in Iran Iraq e Afganistan e non anche in Polonia, Romania etc etc. Sono paesi troppo poveri e privi di risorse naturali a vantaggio economico per garantire un maggior grado di sviluppo anche a loro?
Ah già… meglio chiudere le fabbriche qui in Italia e portare la produzione della Fiat o della Omsa da loro, tanto con quattro soldi di stipendio loro, poveracci dell’est europeo, son contenti e della nostra classe operaia senza più lavoro chi se ne fotte…
Ragazzi senza lavoro, arruolatevi nell’esercito, gli stipendi sono buoni, si corre solo qualche rischio…

E’ arrivato il momento.
Da Giugno a questa parte ho ragionato e pensato, pianificato e organizzato.
Dopo 10 anni di onorato lavoro e carriera ho iniziato il mio percorso da cassaintegrata, dapprima guardandomi attorno e partecipando a piccole lotte civili e manifestazioni per rendere ancora più evidente il disagio sociale che sempre più famiglie si trovano a vivere, e poi cercando informazioni utili per poter rimettermi in gioco in maniera consapevole e preparata.
Ho cercato e scartabellato in tutti i centri formativi possibili e immaginabili e dopo un’attenta analisi ho trovato il corso che faceva al mio caso: Tecnico ambiente energia e sicurezza. Un corso che permetta di migliorare la mia già comprovata professionalità nell’ambito normativo e che getta uno sguardo attento anche all’ambiente e alle varie possibili forme di energie ecosostenibili, perchè questo nostro sporco mondo va assolutamente salvato!
Dopo una serie di selezioni (i papabili partecipanti non dovevano essere pochi), ricevo la comunicazione dell’esito positivo delle mie prove e la conseguente possibilità di poter far parte degli allievi.
Lunedì quindi torno sui banchi di scuola, dopo anni, molti anni.
Sarà non poco impegnativo, con 8 ore di lezione al giorno, per un totale di 600 ore di didattica e 400 di stage in azienda.
Ho intenzione di mettercela tutta, a sto giro mi gioco il futuro, professionale ed economico.
Una bella sfida, dalla quale ho intenzione di uscire assolutamente vincitrice.

Ore 9.00.
Piazza Castello.
Torino.
Italia.
Pianeta Terra.
Operai scesi in piazza a manifestare che Torino è come Pomigliano, che tutti noi lavoratori siamo accomunati dallo stesso cielo italico e dalle stesse leggi create per mettere al sicuro gli imprenditori e le pezze al culo alla classe operaia.
Operai metalmeccanici per lo più, ma non solo. Con la mia maglietta giallo sole e i miei pantaloni da pagliaccio verdi c’ero anche io, perchè essere presenti a questa manifestazione è importante.
Rappresentati delle RSU della FIOM e altri personaggi, anche semplici lavoratori, si sono alternati su un palco improvvisato (un semplice microfono in mezzo alla piazza con tante bandiere sindacali intorno) e hanno raccontato le loro esperienze di vita.
Il meccanismo era sempre lo stesso: fabbriche quasi sempre autogestite, dove la proprietà ha perso potere e rispetto, e dove sono stati gli operai stessi a portare avanti commesse anche importanti, anche senza percepire lo stipendio per mesi pur di poter mantenere un luogo di lavoro.
Commissariamenti, cassaintegrazione prima ordinaria e poi straordinaria, famiglie lasciate a casa, con la promessa degli amortizzatori sociali che ora, il nostro caro Presidente di Regione Roberto Cota minaccia di togliere, perchè si deve insegnare agli operai a pescare, non passare loro semplicemente il pesce da mangiare.
Amo e lenza dunque, andiamo tutti al fiume, tanto il tempo ormai non ci manca più.
Attorno a quel mirofono una massa di persone (non troppo grande, bisogna ammetterlo, non eravamo un miglione secondo gli organizzatori ma neanche quattro pensionati seduti alla panchina secondo le stime Digos) ascoltava in silenzio rispettoso, e applaudiva dopo ogni singolo intervento.
Verso le 12.30 hanno anche offerto un piatto di pastasciutta a tutti, grandi mestolate in piatti di plastica serviti tramite una specie di cucina da campo.
Io seduta alla base del monumento principale della piazza ho mangiato la mia mela prendendo il sole e ascoltando le note della canzone che vi propongo qui sotto.
Perchè, non dimaticatelo mai, IO STO CON CHI LAVORA, NON CON CHI STA AL POTERE!

Capita così.
Ci si lamenta di non avere mai tempo, e poi all’improvviso hai tutto il tempo di sto mondo, per fare cosa?
Niente.
Troppo abituata a correre, a non stare ferma, corro con il corpo per correre anche con i pensieri.
Mi fermo e le sabbie mobili mi stanno ingoiando.
Sono tornata a essere una tartaruga con il carapace rivolto nel verso sbagliato. Agito le zampette ma non riesco a darmi lo slancio per ricominciare a camminare, pian pianino, ma camminare.
Che poi tanto lo so che arriverà il tempo in cui tutto sto tempo libero non ce l’avrò più e sarò di nuovo lì a lamentarmene.
Si tratta solo forse di organizzazione, e allora mi guardo attorno e faccio cose di cui avevo dimenticato il sapore.
La fila alla posta.
La spesa al mercato.
Piegare e riordinare le mutandine fresche di lavaggio per rimetterle in ordine nel cassetto seguendo addirittura un ordine cromatico. (lo so, questo è da malati di mente, ma avevate dubbi?)
Approfitto anche di questo sole di inizio estate che è venuto a farci visita a Torino per dedicarmi alla lettura sul mio balcone, mentre il mio gelsomino è intento a intrecciarsi al mio glicine.
Ho così tanto tempo che potrei svuotare l’armadio, smontarlo, ciucciarne le viti e rimontarlo per poi riempirlo di nuovo.
Anche tutti i giorni.
E tutte le domeniche sere passate a lamentarsi che domani è lunedì e si deve tornare in quella gabbia di matti a lavorare?
Ora non devo più.
Almeno avessi vinto al super enalotto. Sarei già lì a organizzare l’apertura del mio caffè letterario, incontro di giovani artisti per la diffusione e lo spaccio di cultura. Che sia un’attività redditizia o meno non mi interesserebbe nemmeno. Sarebbe il fine da perseguire, non l’utile. (inteso come guadagno)
Ma quante persone ci sono in giro di lunedì mattina?
E io che credevo di essere una delle poche a non lavorare.
Per domani grazie al cielo mi sono già organizzata: al mattino forse vado a trovare un amico in negozio e facciamo pausa caffè assieme (pausa da cosa? va beh…), a pranzo dalle menti clandestine senior e a prendere il caffè dalla mia amica K. che aspetta il secondo bimbetto/a, poi passeggitaa in centro, visita all’informagiovani per informazioni di varia natura, sociale, pratica, ludica e formativa e a fare una piccola consegna in negozio da un’altra amica. La sera poi incontro formativo su alcuni prodotti svizzeri che sto imparando a conoscere meglio.
Boh.
Mi sono organizzata a dovere.
Ora devo solo inventare qualcosa per mercoledì.

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Ok.
I dadi sono tratti.
Da mercoledì conosco il mio destino e la comunicazione di ieri è stata una pagliacciata in cui tutti hanno recitato la loro parte, io compresa.
Mercoledì la nuova Direzione mi chiama a colloquio, l’ufficio risulta appesantito, quindi, volendo cercare di salvaguardarmi il posto di lavoro e dovendo togliermi dalle mie attuali mansioni, mi propongono con magnanimità un posto da operaia al reparto camici. 8 ore al giorni in piedi attaccata ad una pressa.
Palpitazioni a mille. Tutto mi sarei aspettato ma non questo.
Ho iniziato a lavorare lì dentro 8 anni fa, assunta come impiegata quinto livello superiore, con il compito di seguire il responsabile qualità prossimo alla pensione, per poi poter prendere il suo posto. E’ così è stato. Dopo un anno la Direzione mi faceva firmare una nomina di Rappresentate della Direzione e Responsabile Qualità e Marchio Ce per il prodotto sterile di Sala Operatoria, qualche anno dopo aggiungo seguo e certifico l’azienda anche secondo la certificazione ambiente.
Riunioni a Roma per la redazione delle nuova normativa UNI EN 14065 sul controllo microbiologico dei tessili, quarta certificazione ottenuta anche senza troppo sforzo da parte mia, controlli di produzione e anche tanto lavoro di segretariato.
Mai uno sciopero, anzi sempre pronta a rendermi disponibile per le esigenze aziendali, se c’era una festività in settimana si lavorava il sabato per recuparare la produzione, turni e trasferte comunicate sempre all’ultimo minuto e sempre accettate perchè “il lavoro è lavoro”.
Credo di avere mille difetti, ma sono sempre stata molto corretta, e ho voluto dimostrarlo fino all’ultimo, anche gli ultimi due giorni di lavoro.
Da impiegata quinto livello superiore a operaia. Questa la proposta rivoltami per mantenere il mio posto di lavoro.
No….grazie.
No per una serie di ragioni.
La prima è che ho studiato 5 anni di liceo, 4 di università e uno di specializzazione non per fare come lavoro l’operaia. Ogni lavoro è nobile e va rispettato, sono io la prima a dirlo, ho anche fatto le pulizie in un centro d’estetica per potermi permettere le vacanze in Portogallo con i miei amici in quarta liceo, e quante volte quando c’erano problemi in produzione e si era indietro con la lavorazione sono scesa io stessa a stirare per dare una mano all’azienda.
L’azienda invece a me ha tirato un calcio, un bel calcio in culo per sbattermi via.
La seconda è che con il relativo abbassamento di stipendio andavo a guadagnare quanto stando in cassaintegrazione, anzi, forse un pochino meno. Declassamento e 500 Euro in meno in busta paga forse erano un prezzo un po’ troppo alto.
La situazione era critica già da tempo, ma ci abbiamo sperato e ci abbiamo provato tutti a salvare la baracca. Il risultato è stato che la baracca è salva, e alcuni di noi no.
In ufficio sono l’unica testa che è saltata. Le mie colleghe con rimansionamenti vari sono ancora lì, e con un contratto che prevede anche lo stesso livello impiegatizio.
Perchè ero solo io quella da denigrare in produzione?
La qualità non serviva più forse, i nuovi proprietari hanno già un ufficio gare, ma perchè hanno scelto di fare fuori me e non la mia collega per esempio?
Io sono più giovane, ho più possibilità di trovare un nuovo posto di lavoro, e lo dico senza falsa modestia, sono anche molto più intelligente e con dei buoni corsi di formazione ho la possibilità di rivendermi facilmente, ma lei è una capra!
L’ultimo giorno ho fatto i passaggi di consegna, le ho spiegato come fare certe fatture che calcolavo io ecc. ecc. e lei non capiva. La stessa operazione al computer gliela ho dovuta spiegare 8 volte! E chissà se l’ha capita!
A fine giornata quando i giochi ormai erano finiti e i nomi dei 29 che avrebbero continuato a lavorare erano già stati letti ovviamente c’è stato molto scompiglio.
Chi non era tra i 29 e si è sempre fatto con onestà e coraggio il proprio lavoro piangeva tremando come una foglia.
Chi era tra i 29 piangeva dispiaciuto per altri che erano fuori.
E poi c’ero io. Una mente clandestina che conosceva il suo destino già da due giorni, che tengo stretta la mano a S. perchè la vedo tremare e piangere, che quando E. mi abbraccia piangendo dicendomi che le dipisce per me io le sorrido e le dico che sono contenta per lei.
Dopo un’ora abbondante di quel parapiglia la fabbrica è quasi vuota. Vado nel centro della produzione.
E’ sempre stato un po’ spettrale essere lì a macchine spente. Un enorme silenzio sovrasta e contrasta il caos di quel luogo in produzione attiva. E’ lì, in mezzo ai mangani e guandando le pinze vuote che ricordo il primo giorno che andai a fare il colloquio, quando il mio capo mi portò a fare un giro in produzione per farmi conoscere il lavoro.
L’inizio e la fine.
Ora posso piangere anche io.
Ci sono mille domande che mi rimangono in testa.
Perchè proprio io?
E’ stata legale la mossa che mi hanno rivolto?
E adesso cosa faccio?
Cerco di riordinare le idee. Come mi ha suggerito anche un amico ieri sera, smetto di guardare al passato e devo cercare di guardare avanti.
A luglio mi opero alla mia gobbetta e mi dedico ad un’eventuale riabilitazione alla spalla.
Ad Agosto mi rilasso e vado a prendere il sole in qualche parco cittadino, perchè di soldi per andare in vacanza proprio non ce ne sono.
A settembre mi iscrivo ai corsi della Regione per disoccupati o cassaintegrati, seguirò paghe o contributi forse, o disegno CAD, o reti informatiche, o forse tutti e tre perchè io ho sete di conoscenza.
Porto con me le conoscenze che ho acquisito in questi anni di lavoro, ormai sono mie, e nessuno potrà mai togliermele, e non mi riferisco solo a quelle tecniche, ma anche e soprattutto a quelle umane, emotive, che in parte hanno anche formato il mio carattere.
In questa azienda ho conosciuto l’invidia, la falsità, il nervosismo esasperato. Forse tutto il mondo è paese ma ora ho la possibilità di andare a stare meglio e voglio provarci.
Per fortuna gli amortizzatori sociali per due anni e mezzo mi tengono le spalle coperte e posso fare una ricerca accurata, concedendo tutto il tempo necessario alla mia formazione.
Eravamo un’azienda sull’orlo del baratro, ora abbiamo fatto un passo in avanti.

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