Clandestinamentemente’s Blog

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Adoro leggere.
Come recita un pubblicità progresso in tv: leggere ti arricchisce la vita.
Ed è vero.
Fagocito di tutto, dalla triologia di Larsson (Uomini che odiano le donne, La ragazza che giocava col fuoco e Castelli di carta) ai libri di Luca Bianchini (Istant Love) a quelli di Fabio Volo, passando da stili letterari più impegnati a quelli più leggeri e frivoli…come gli istanti della nostra vita.
Quando decido di leggere un libro “leggero” e che mi possa anche far divertire converto la mia scelta su Fabio Volo.
Ho letto quasi tutti i suoi libri e non me ne ricordo nessuno che mi abbia lasciata insoddisfatta, anche perchè, tra le situazioni rocambolesche e a volte anche umoristiche raccontate, trovo che Volo abbia la capacità di toccare certe corde, che se si è particolarmente reattivi possono scatenare un vortice di pensieri personali.
Ieri sera ero tutta intenta nella lettura del suo ultimo romanzo “Il tempo che vorrei” e mi sono imbattuta in questa frase:
” …Lavoravo sempre fino a sera tardi. Quando ero nelle grandi città trovavo sempre qualcosa da fare dopo il lavoro: una passeggiata per prendere un po’ d’aria, o una sigaretta sulla scalinata della chiesa.
Ma quando capitavo nei paesini sperduti e anche la cucina dell’hotel era chiusa, alle nove finivo le mie tristi giornate mangiando in camera d’albergo patatine e arachidi dal frigo bar. Quando c’era. Magari in mutande e calzini, guardando la televisione. A volte mi bevevo in un sorso tutte le bottigliette di alcolici. Per gustarmi meglio la sigaretta, per sentirmi vivo, un po’ rock n’ roll. Per illudermi che non ero uno che lavorava e basta, ma che si divertiva anche, nella vita.
Quando invece arrivavo presto riuscivo a mangiare al ristorante dell’hotel. Una vera tristezza. Solo, con mezzo litro di vino rosso sfuso, nella sala insieme ad altri uomini soli come me, tutti con la testa alta verso il televisore appeso all’angolo della stanza, rosicchiando grissini in attesa della cena. ….”
Con la mente sono volata indietro nel tempo di un anno fa esatto.
Era il 14 giugno del 2009 quando improvvisamente, di venerdì pomeriggio, mi hanno comunicato che dovevo partire per l’Abruzzo per lavoro, per seguire i lavori del Villaggio Mediterraneo e G8.
Si sapeva quando partivo, non quando sarei tornata. Potevo stare lontano da casa una settimana come un mese intero.
Era domenica mattina. Le menti clandestine senior mi avevano accompagnato alla stazione ferroviaria e io, con un valigia con poche magliette e soli due pantaloni e tanto sapone di marsiglia mi avviavo verso il binario n.8. Quella valigia aveva tutto ciò che mi bastava per vivere fuori casa per un mese intero, ossia nulla.
Sono sempre stata abituata a viaggiare con poco, la vita da campeggio ti insegna l’equazione del perfetto viaggiatore: radice quadrata di cose utili diviso cose assolutamente indispensabili il tutto fratto due.
Ricordo nel mio viaggio in treno di essere spaventata all’idea di dover mangiare la sera da sola nei ristoranti. Era il mio primo viaggio di lavoro, in un posto non conosciuto, dove non conoscevo nessuno, e un po’ buttata lì a gestire cosa neanche io sapevo ancora bene.
Il mio spirito napoletano e la mia innata arte nel sapermi arrangiare mi ha molto facilitato in tutto.
Tempo un giorno e già conoscevo quasi tutti. Tempo tre giorni e mi salutava anche chi non conoscevo ancora.
Alla mattina sveglia, colazione e due km a piedi sotto il sole di inizio estate per raggiungere il cantiere dove avrei dovuto iniziare a lavorare.
Si, perchè di cantiere si trattava, con ruspe e cemento fresco, che poi fresco non era per niente, sotto la pianta dei piedi scottava non poco. Ricordo ancora il dolore per le bolle di dimensioni giganti che mi ha procurato! Praticamente avevo la pianta dei piedi cotta!
In tutto il cantiere neanche un alberello e io che con dei ragazzini assunti tramite agenzia interinale dovevo oraganizzare il servizio lavanderia nei garage dei palazzi ancora in fase di costruzione.
Che giornate da pazzi!
Dalle 7.00 fino alle 23.00 a sudare e faticare come non mai.
Si perchè io dovevo redigere i lavori, ma non sono mai stata capace a comandare e basta, se si trattava di spostare pesi o sudare lo facevo anche io con loro.
Ho sempre avuto l’idea che se vuoi rispetto dai tuoi collaboratori devi innanzi tutto dimostrargli che non comandi soltanto, ma che collabori anche tu con loro, deve essere una rapporto bilaterale.
Non so neanche io come, con quanta stanchezza e quanta fatica, ma ho lavorato giù per ben un mese intero, tornando la sera in albergo a volte senza neanche la forza di farmi una doccia. Figurarsi andare a cena fuori.
“Rubavo” le brioches messe a disposizione per la colazione del mio bed and breakfast, a volte anche uno yogurt, e poi camicia da notte andavo a sedermi sul balcone, guardando quel paesaggio per me nuovo, immaginando una mia vita lì. Lontano da tutto ciò che conoscevo e da tutti quelli che avevo incontrato finora nella mia vita.
Mi piaceva stare lì.
Mi sarei trasferita volentieri in quel paese per sempre.
Guardavo i giardini con le palme, respiravo aria di vacanza anche se ero lì per lavorare e lavoravo anche il doppio se non il triplo di quando ero in ufficio.
Ma tutto era una scoperta.
Ed ero sola.
Finalmente con la sensazione di avere la terra tra le mani, e poterla plasmare a mio piacimento, facendole prendere la forma che più desideravo.
Le volte che sono andata da sola al ristorante non mi sono mai sentita a disagio, perchè solo chi non sa stare solo con sè stesso ha difficoltà nel non avere compagnia, e si limita un bel po’ a mio avviso.
Ero serena e mangiavo con gusto. Facevo i complimenti al cuoco e con qualche sorriso in più sono anche diventata amica della proprietaria della locanda, che non solo mi serviva al tavolo, ma si sedeva con me mentre mangiavo, e chiaccheravamo.
Mi sentivo a casa bevendo in sua compagnia l’amaro che mi offriva.
Mi preparava piatti sembre meno elaborati e più caserecci “perchè è tanto tempo che sei via da casa, una cucina un po’ più casereccia può farti piacere”.
Ricordo che una volta, la signora del ristorante mi ha anche preparato una sorpresa. Un dolce che aveva preparato nel pomeriggio solo per me, pensandomi.
Era il Bunet, il dolce tipico della mia Torino.
L’ultima sera che ho passato a Sambuceto teatino, paesino vicino Chieti, la signora della locanda mi ha portato al tavolo le foto della sua famiglia, delle sue nipoti, del suo cane, delle sue figlie.
Il suo abbraccio e il suo bacio quando ci siamo salutate lo sento ancora vivo adesso, e il suo inaspettato invito per la prossima volta che sarei andata in Abruzzo, se ci fossi mai tornata: “Vorrei chiudere il locale, ma se passi da queste parti chiamami, vorrei averti ospite a cena a casa mia.”
Magia del meridione.
Voglia di non partire mai più.
Amici nuovi, casa nuova, emozioni nuove.

E’ passato un anno esatto, e la stessa ditta che mi ha fatto vivere quella bellissima esperienza è fallita. La prossima settimana saprò con sicurezza se sono destianta a 18 mesi di cassaintegrazione straordinaria e poi un anno di mobilità o se continuerò a lavorare per il nuovo datore di lavoro che rileva l’azienda e solo 29 dei 57 dipendenti.
Come è strana la vita.
Tutto cambia con una rapidità incredibile.
La notizia del fallimento della mia azienda è arrivata anche in Abruzzo e M., il capocantiere del Villaggio Mediterraneo, l’altro giorno mi ha chiamato sul cellulare.
Il suo accento, il suo tono di voce, mi hanno riportato indietro con il tempo. Ho persino iniziato a parlare con il suo accento, sono sempre stata una spugna in questo, mi bastano 5 minuti di chiacchera e acquisisco l’accento del posto.
Ed ora eccomi qui, con un futuro quanto mai incerto di fronte a me, ma perchè dovrei sentirmi sperduta?
La vita non mi sta forse offrendo la possibilità di avere la terra tra le mani e poterla nuovamente plasmare a mio piacere?
A volte i più grossi regali si nascondono dietro situazioni che sembrano ben poco edificanti, ma siamo solo noi che rendiamo possibile quello che desideriamo.
La retrocopertina nel libro di Fabio Volo recita: “Non stai vivendo se non sai di vivere”.
Io voglio provarci.

Che mamma snaturata!
Il mio blog compie un anno e io me ne accorgo solo 4 giorni dopo!
D’altronde ho sempre sostenuto di non avere sviluppato l’istinto materno, questa ne è solamente l’ennesima riprova.
Ad ogni passaggio di boa sono d’obbligo le riflessioni dunque e devo ammettere che questo foglio elettronico dove man mano si stanno accumulando i pensieri della mente clandestina mi sta dando davvero molto.
Nuove amicizie per esempio: aliante, la stancasylvie, muffina, tappotuo, il bambi, la lasalamandrina e mr loto solo per citarne qualcuno.
La sopresa di essere letta con costanza non solo da amici, ma anche da sconosciuti che lasciano i loro commenti sempre bene accetti.
La libertà di potermi esprimere liberamente, cosa che è già mia abitudine fare nella vita “di tutti i giorni” ma qui regalo quella parte intima dei miei pensieri, che trasborda dalle mie dita incontrollate quando si trovano davanti un foglio vuoto. Quella parte di me che solo i veri amici riescono a leggere come su un dispaly sulla mia fronte guardandomi soltanto in faccia.
“C. ricorda sempre che tutto quello che pensi ti si legge in faccia, come se tu avessi un fumetto”.
Queste le parole della mia cara amica M., compagna di vita da ben 20 anni e che mi conosce meglio delle sue tasche, meglio a volte anche di me stessa.
Un anno e quattro giorni.
Un anno e quattro giorni di deliri, di storie a volte inventate per raccontare ciò che inventato non è, di impressioni sul mondo che mi circonda, di riflessioni sociali e politiche che troppo spesso lasciano l’amaro in bocca.
Un anno e quattro giorni di sogni ad occhi aperti raccontati, con la sensazione che scrivendoli li aiuti a prendere man mano corpo e traformarsi da sogno a realtà.
Un anno e quattro giorni in cui ho raccontato anche dell’amore, in cui ho scritto le poesie che fino a poco tempo fa erano scarabocchiate sul mio quaderno del commercio equo e solidale, lette solo da me.
La curiosità ogni volta che mi pervade nel leggere un nuovo commento ai miei personali deliri, è ogni volta una sorpresa, per prima per me stessa.
E mi piace.
Mi piace pensare che sto scrivendo qualcosa che altri leggono e che vogliono commentare, per lasciare anche la loro firma su questo foglio elettronico che può sembrare freddo e distaccato, ma che così è solo se non vogliamo cogliere invece tutte le sfaccettature che ci regala.
Ho iniziato a scrivere su questo blog scrivendo dell’amore. Non di quello tradizionale. Di quello transessuale.
La tematica delle famiglie arcobaleno ricorre frequente tra i miei post, evidente segno che qui racconto di me e della mia vita, dei miei amici, i miei unici e veri amori.
Il mio primo post si intitolava ” Giungla di colori” e raccontava della mia partecipazione al gay pride di Torino dello scorso anno, come sostegno morale alla causa dei miei amici, troppo spesso ancora non liberi di esprimere se stessi.
Quale prigione peggiore del non sentirsi liberi di pensare, di esprimersi, di amare?
Ecco svelato il perchè la mia mente è clandestina, perchè spesso i clandestini si nascondono e vivono all’oscurità dei più.
Si manifestano a poche persone scelte con cura.
Clandestina + mente + mente.
Nome che potrebbe essere letto in duplice maniera.
Come la mente clandestina che non dice la verità per esempio.
Sbagliato.
Semplicemente sono due le menti che contribuiscono a questo spazio.
Onore a Trottalemme.
Non leggete spesso i suoi scritti qui, anzi, per la precisione partecipò solo a uno di questi e poi in un paio di commenti.
Ma lui è più presente di quanto non immaginiate.
Lo è nel mio rapportarmi a lui, confrontarmi con lui e crescere con lui su ogni argomento possibile e immaginabile.
Menti libere le nostre.
Clandestinamente libere.
Abbiamo pensato un anno fa ad aprire uno spazio dove ci si potesse confrontare su varie tematiche, sempre nel rispetto reciproco massimo delle varie menti che avessero voluto partecipare.
A distanza di un anno e poco più mi ritrovo a sognare un altro spazio con obbiettivo simile, se non del tutto identico: Il BookCakeCafè.
La mente clandestina sta studiando nuovi progetti per espandersi.
Torino, Italia, Pianeta Terra….TREMA!

In ultimo un ringraziamento e tutti voi, che per caso, per scelta o per sventura siete capitati qui sopra.

Bacio le mani.

Domenica casalinga.
Mi riposo e mi prendo cura del mio nido al quarto piano senza ascensore di palazzo di periferia.
Spolvero, passo l’aspirapolvere, metto in ordine, pulisco, passando da una fase all’altra senza pausa e con un solo obiettivo davanti a me: avere la casetta tutta bella in ordine per l’arrivo di P.e T. venerdì prossimo.
Ho appena terminato una pausa ristoratrice e già la pila di indumenti da stirare mi fa l’occhiolino.
Lo farò dopo. Prima una nuovo sonnellino.
La domenica dovrebbe essere il giorno dedicato al riposo no?
Verso sera vado poi a fare il mio dovere elettorale, con la speranza che l’ordine che ormai regna nel mio castello possa espandersi al Paese intero.
Attento popolo, non prendere gusto nella terza fase del rapporto anale descritta da Luttazzi, fai la scelta giusta.

La mattina presto è sempre una lotta contro la propria volontà uscire di casa e recarsi al lavoro.
Mezz’ora di viaggio in auto almeno.
Per fortuna la radio mi tiene compagnia.
Amo ridere e sorridere (che clown sarei altrimenti?) e il Ruggito del Coniglio, in onda su Radio 2, mi fa ridere da sola come una matta, chiusa nel mio abitacolo tra gli sguradi incuriositi degli autisti vicini.
Devo mettere un adesivo sul finestrino con su scritto “non sono pazzo, sto ascoltando il ruggito del coniglio”.
La compagnia della rancida rivisita grandi classici, tra comici e imitatori il sorriso è assicurato.
Vi presento la vera storia di Amleto, quella che nessuno ha mai avuto il caraggio di raccontare prima.



Ricordo che con amici qualche settimana fa ci siamo ritrovati in pizzeria, calici alla mano abbiamo brindato tutti assieme alle tre S: Soldi, Salute e Sesso.
Siamo sempre stati piuttosto goliardici e ognuno di noi ha dato le sue priorità tra le tre.
Oggi, non so bene perchè, ma mi sono ritrovata a ripensare al mio significato, e a grandi linee questi sono i miei pensieri.
Soldi:
Inutile negare che quando ci sono uno sta meglio. Certo non fanno la felicità, ma contribuiscono parecchio.
Non sono venale, non lo sono mai stata, anzi, mi schiero dalla parte dei generosi.
Condivido volentieri il poco che ho con le persone a cui voglio bene e non mi sono mai pentita di ciò.
Qualcuno in passato se ne è anche approfittato, ma fa parte delle esperienze di vita. Per quanto mi riguarda quelle esperienze di vita da cui non si impara mai abbastanza, e infatti ripeterei l’errore altre mille volte.
Rimango nella convinzione che i gesti rappresentino chi li fa, non chi li riceve.
Salute:
Sono forte e sana.
Visti i tempi che corrono è una gran fortuna. Perciò non mi lamento dei kg in più e la schiena un po’ incriccata, ho solo da mettermi di impegno e torno nuova come prima.
Certo da quando ho superato i 30 anni la differenza e la stanchezza la sento diversamente, temo quasi i 40 e i 50 dopo, ma troverò il modo per affrontare anche gli acciacchi futuri, quindi animo!
Faccio regolarmente sport e corro ascoltando musica piena di ritmo che mi possa tenere compagnia nelle mie falcate. Ultimamente però boicotto anche la palestra, finchè non mi va via un dolore al ginocchio è meglio non stressare ulteriormente le articolazioni.
Spero di riprendere quanto prima. E’ sempre dura decidere di andare a fare sport, la pigrizia e la stanchezza della giornata lavorativa appena trascorsa non aiutano di certo, ma all’uscita della palestra mi sento benissimo. C’è un sottile masochismo nel provare piacere quando i muscoli ti fanno male, un masochismo sano e auspicabile.
Sesso:
Ormai mi candido per la santità.
SANTA SUBITO!
Passano gli anni (a 34 anni ormai sono quasi matura) e non ricerco più quelle storielle mordi e fuggi che, a dirla tutta, non mi sono mai appartenute molto.
Soffro di aridità cardiaca, dopo la grande delusione vissuta poco più di un anno fa faccio molta difficoltà ad affezionarmi ad un nuovo compagno. Ho molti amori che mi sono vicini, i miei amici. Certo con loro non faccio sesso, ma mi arricchiscono ugualmente con sentimenti puri e veri.
Il cuoricino batte flebilmente di nuovo, ma razionalizzando sto cercando di non fargli prendere l’abitudine all’aritmia. So bene che non è una storia che purtroppo potrà risolversi nel più classico dei classici “e vissero tutti felici e contenti”, perciò so cercando di evitarmi ulteriori delusioni.
Certo ogni volta che sento i suoi ritmi mi si solletica l’umore, e mi ritrovo spesse volte a rivolgergli un pensiero.
Al cuor non si comanda, ma si può mettergli un cuscino sopra e cercare di soffocarlo.
Tra di noi mai nulla, a parte una semidichiarazione reciproca, e forse è meglio così, perchè per me con lui non sarebbe solo sesso, ma fare l’amore.
Nutro la convinzione che la vita da single non sia da buttar via, anzi, ha molti pregi, e poi posso sempre scegliere di sposare me stessa no?
Già mi immagino la colonna sonora della cerimonia: e non ci lasceremo maiiiiiiiiiiiiiii

Avevo solo 16 anni quando studiando filosofia mi colpì particolarmente un concetto.
Un filosofo dell’antica Grecia osservava lo scorrere di un fiume e la continua mutevolezza del suo essere. Secondo dopo secondo le acque scorrevano sempre uguali a se stesse e continuamente differenti, una mutevolezza impercettibile per l’occhio umano, ma non per il suo pensiero.
Tutto cambia, indifferentemente alle nostre volontà, il tempo passa e muta.
Ingannevoli tutti i tentativi per fermarlo e per fare una citazione letteraria potrei anche aggiungere che ingannevole è il cuore più di ogni altra cosa.
Il tempo scorre veloce, e guardando la mia piccola vita me ne accorgo oggi per l’ennesima volta, conteggiando i due mesi esatti dalla scomparsa del mio migliore amico.
Mi guardo attorno, tutto è apparentemente uguale, il parco, la mia casa, i ritmi di vita incalzanti di tutti i giorni, ma è anche tutto profondamente diverso. Manca Morgan.
Anche io sono diversa.
Qualche simpatica rughetta di espressione ora mi differenzia dalla C. di qualche anno fa, ma il vero cambiamento è impercettibile all’occhio, ma è piuttosto una questione emotiva e nel rapportarmi al mondo esterno.
Su un blog amico giorni fa lessi i suoi ragionamenti sulle esperienze della vita che avrebbe voluto cancellare con un colpo di spugna, come si faceva a scuola con la lavagna, riportandola allo stato immacolato. Non credo che ciò sia corretto, perché oggi siamo quello che siamo grazie al nostro passato ed è sempre il nostro passato, unito al nostro presente che ci regalerà il futuro, seguendo la costante mutevole del nostro essere.
Oggi ho sentito un passaggio in radio che mi ha fatto particolarmente riflettere, una scena di un film che raccontava un amore vissuto in età matura. I protagonisti, gioendo del proprio amore si ricordavano l’un l’altra che la gioia da loro provata in quel momento era parte del loro futuro dolore. Lo stesso concetto fu ripetuto quando lei ormai era sul letto di morte, si rivolse al suo compagno e gli ricordò come quel dolore facesse parte della loro gioia vissuta negli anni di vita insieme.
Siamo tutti parte di un enorme ying e yang che si ricorre e si sussegue dunque, fiumi di pensieri, emozioni ed azioni che ci rendono differenti gli uni dagli altri e sempre in costante evoluzione anche con noi stessi.

Da anni ormai ho iniziato una deliziosa collezione.
Calamite da frigo.
Il mio elettrodomestico ha acquistato sicuramente più colore e ormai vi appendo di tutto. Dai biglietti dei concerti o di spettacoli teatrali alle foto dei miei amici. Foto rigorosamente buffe, perchè siamo già talmente belli che abbiamo bisogno di renderci ridicoli in fotografia.
I magneti mi hanno sempre affascinata.
Ricordo da bambina che mentre tenevo compagnia al nonno e alle zie in sartoria giocavo con delle grosse calamite nere, raccoglievo tutti gli aghi presenti sul tavolo e giocavo alla battaglia degli spilli.
Facevo anche piccoli esperimenti di resistenza delle forze e la mia attenzione rimaneva catturata per ore, instancabilmente.
Credo che tra le persone avvenga una forza attrattiva simile.
Ci si conosce, ci si incontra, ci si allea per una personale battaglia contro una forza superiore e inevitabilmente ci si avvicina. Spesso non ci si allontana neanche più, diventando una cosa unica.
A volte invece si oppone una resistenza estrema e si riesce a mantenere una distanza rassicurante, ma la forza attrattiva persiste, e allora si diviene satelliti, destinati a girare attorno al nucleo del nostro desiderio proibito.
Forze magnetiche le nostre.
Dobbiamo solo decidere se abbandonarci ad esse o no.


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