Clandestinamentemente’s Blog

 

Il rumore del mare.

Onde che arrivano a riva e si infrangono, altre che ripartono lente per andare via e tornare, sotto altre forme, con un nuovo suono a cullare la mente.

Tutta la vita è uno scorrere in un lento movimento di onde che segnano istante dopo istante la nostra spiaggia.

Onde che a volte increspano pensieri e a volte li accarezzano solleticandoli. Onde che portano lontano, che fanno attraversare mari, non tralasciando le insenature.

Stasera mi perdo nelle onde dei miei pensieri.

Ricordi.

Sguardi.

Quella risata che ha scaldato il cuore.

Quella parola dolce alla quale speri di non abituarti mai, per non perderne l’essenza della dolcezza.

Istanti che segnano vite, che regolano respiri, uno dopo l’altro.

Come le note di una canzone che era da tempo che non ascoltavi più e che riaccende un ricordo, una sensazione. Un lasciarsi trasportare che non conosce tempo.

Il ricordo di un viaggio.

Il tuo.

 

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Stesa sul letto, abbracciata a te, con la mente o con il corpo, poco importa.

Ciò che importa è la tua presenza, rilassata, con gli occhi chiusi.

Mentre non guardi io guardo te a debita distanza. Sei rilassato e non voglio disturbare la tua quiete.

Ti osservo e con lo sguardo percorro il tuo profilo, la fronte, il naso, le labbra. Controllo il tuo respiro e veglio sul tuo riposo, memorizzando ogni centimetro del tuo viso, per poi chiudere gli occhi e continuare a fissarti.

Voglio ricordare ogni particolare, il profumo della tua pelle, il disegno delle tue labbra, la piega dei tuoi capelli, senza giungere mai al limite, perchè di te non ne ho mai abbastanza.

Nei miei pensieri e nel mio corpo la tua essenza entra lasciando il segno, la mia pelle porta la tua firma che io accarezzo quando ormai il tuo corpo è lontano dal mio mentre la tua anima mi fa ancora compagnia.

Con la mente disegno profili non presenti, con la mente rivivo le emozioni che mi regali e che non sono capace a esprimere a parole ma che cerco di trasmetterti con il mio sguardo, con le piccole attenzioni che ti regalo.

Emozioni da trattare con cura e attenzione, la stessa che io regalo a te, la stessa che tu regali a me.

Un regalarsi reciproco il nostro, che cresce con noi e nel divenire quello che siamo.

Con la mente disegno profili, con le dita li ripercorro nell’aria…

 

Ferzan Ozpetek torna in sala con un progetto interessante, che mescola una certa nostalgia con un’incalzante attualità, anche in relazione a temi verso cui ha sempre mostrato un certo interesse.

Molto Almodóvar, il film. Molto Verdone, l’attore protagonista. Magnifica presenza è un film completo, pieno di tantissime cose, un’opera-mondo, un manifesto, un testamento, una confessione, persino un trattato potrebbe essere, un saggio sulla recitazione, il cinema, la vita e la morte. Denso, palpabile, comico, tragico, tragicomico, grottesco, un pizzico di horror riuscitissimo. Commedia brillante, con affondi sociali.

Magnifica Presenza è ambientato in una Roma vista ancora attraverso gli occhi di un giovane, Pietro (Elio Germano), il cui intento è quello di realizzare i propri sogni.

Pietro è un giovane omosessuale, a tratti caricaturale, molto riservato ed ancora chiuso in sé stesso, il percorso a cui è chiamato non rappresenta soltanto che uno dei livelli attraverso cui leggere questa pellicola: lo stretto rapporto con una cugina (Paola Minaccioni) che fa finta di capirlo ma che in fondo lo adora, l’incanto per una nuova avventura cominciata, nonostante tutto, sotto i migliori auspici, e poi c’è il suo desiderio, ciò che lo ha spinto a percorrere così tanti chilometri, ossia quello di diventare un attore.

La narrazione procede certamente attraverso un binario teso a comprendere anzitutto il profilo di Pietro, cosa si celi dietro quel suo sguardo da piccolo sognatore.

Tuttavia qualcosa nella vita del ragazzo proveniente dalla provincia di Catania è destinata a cambiare irrimediabilmente. Una presenza, lì per lì negata ai suoi stessi occhi, che lo condurrà a comprendersi e comprendere una realtà che lo scuote, risvegliandolo da un torpore apparentemente irrisolvibile.

Gli ospiti, all’inizio, compaiono solo di notte, quasi come se fossero parte solo di un sogno dell’aspirante attore. Lo spettatore non capisce subito se questi personaggi/fantasmi esistano davvero o se siano solo una creazione del protagonista. L’intento registico è confondere, fingere, giocare sul vedo e non vedo usando il teatro, il luogo della finzione per eccellenza, come background della storia.

I benevoli fantasmi sono i membri di una compagnia teatrale ( Apollonio ) alla ribalta negli del fascismo. Proprio in quell’appartamento si era nascosta per sfuggire alla polizia del regime in quanto gli attori collaboravano con la resistenza e lì aveva trovato la morte. Nessuno dei fantasmi è consapevole di essere tale, crede anzi di vivere ancora nel ’43 e di aver trovato in Pietro la persona che gli permetterà di fuggire.

L’aspirante attore accetta la loro presenza perché questi spettri sono innocui e perché si sente solo.

Originale, e molto Almodòvar appunto, la descrizione del “lavoro mattutino” dei transessuali, o ancora l’incontro notturno di Pietro con il trans massacrato da qualche teppista.

L’elemento gastronomico è sempre presente, i dolci, la pasta dei cornetti in primo piano che portano allegria e amicizia anche tra i fantasmi.

Il tono leggero con cui Ozpetek passa ago e filo tra personaggi, situazioni e loro immagini, non perde forza con lo sviluppo narrativo e permette ad ogni elemento della storia di essere fondamentale, sufficiente e necessario.

La colonna sonora è perfetta (come in tutti i film di Ozpetek), soprattutto le canzoni Tenna, Sud, Unuttun Mu Beni e Gitmen Daha cantate da Sezen Aksu

Il cinema di cui si fa portavoce Ozpetek in questa sua ultima pellicola non disdegna pressoché nulla. Mescola realtà ed immaginazione, storia e favola.

Interessante è notare il rapporto che s’instaura tra Pietro ed i personaggi che compongono le sue visioni, non semplici macchiette, bensì persone “reali”, seppur ambigue e dal tono anacronistico.

Magnifica Presenza fornisce qualche spunto di riflessione, per esempio, seguendo uno schema di marzulliana memoria: è Pietro ad aver bisogno di quegli ingombranti inquilini acquisiti, o sono quest’ultimi ad aver bisogno di lui?

Pare evidente la vera fonte d’ispirazione: ” i sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello” e perfino abbondanti citazioni del Diario di Anna Frank (il nascondiglio dietro la parete).

Il risultato finale è  un divertente gioco di ruoli.

Magnifica presenza si mostra nel suo animo corale e variopinto, dove Ozpetek cura tutti i dettagli e poi si mette seduto, nell’ultima poltrona di un cinema ad osservare, proprio come noi.

 

Una sera di temperatura primaverile, si cammina piacevolmente per le vie di Torino.

Destinazione teatro Gobetti.

In scena la commedia goldoniana “La bottega del caffè”, regia di Beppe Rosso, per la stagione teatrale 2011 – 2012 del Teatro Stabile di Torino.

La bottega del caffè è il luogo in cui tutti i destini si incrociano, in una Venezia che si rivela il perfetto palcoscenico, Repubblica in decadenza che ha trasformato i suoi spazi di potenza economica e commerciale in luoghi di bische e bordelli.

Come nella nostra italica realtà moderna, una crisi è sempre preludio di grandi cambiamenti, tutto si muove perchè nulla cambi, perchè i valori messi in campo servono soltanto per coprire il proprio tornaconto.

La commedia si snocciola nell’arco di una giornata, raccontando la trasformazione, sociale ed economica, di personaggi che si abbandonano alle loro pulsioni più elementari: donne a caccia del loro marito fuggito o di un uomo che le sposi o le protegga, sbirri, uomini schiavi del gioco e pettegoli voyer.

Gli attori sono parti integranti di una scenografia minimalista confondendosi con una tappezzeria immaginata e spostano solo di volta in volta l’attenzione su di sè e sui propri movimenti.

L’olfatto ricerca nella platea quel profumo di caffè che viene continuamente versato nelle tazzine maneggiate sulla scena e viene davvero voglia di ordinarne una tazza, servita dalla maestria e cortesia di un bottegaio come Ridolfo, Beppe Rosso, in grado di riproporre un testo ricco di non detti, misterioso, ma quanto mai attuale pur nella sua classicità.

Nuovo appuntamento teatrale con il Teatro Stabile, è il turno tanto atteso di Paolo Poli che porta in scena insieme ai suoi attori mimo “Il mare”, spettacolo di Anna Maria Ortese.

Conoscere Paolo Poli a teatro è un’esperienza che tutti dovrebbero fare una volta nella vita. Sì, perché la sensazione non è di assistere ad uno spettacolo qualsiasi, ma di fare la conoscenza di lui. Di entrare in quel mondo interiore intenso ed incomprensibile di cui lui è l’unico sovrano.

Non si ha nemmeno la sensazione che Poli entri ed esca dal personaggio. È un flusso unico, che lui modula a piacimento inseguendo qualcosa, un’ispirazione continua, un istinto sovrano a cui tutto è concesso: lui lo sa, il pubblico lo sa.

Non saprei dire cosa c’è di commovente in lui. Tutto è denso di cose nel suo modo di muoversi, di cantilenare e poi spezzare all’improvviso il tono, di giocare con la delicatezza estrema e poi con le note baritonali della sua voce, nell’incedere ed uscire di scena come se ogni mossa fosse ovvia, l’unica possibile anche quando assurda. È talmente incisiva la sua comunicatività che lo spettacolo, di cui lui è pure l’assoluto protagonista, autore e sovrano, passa in secondo piano.

Lo spettacolo è proprio come il mare, un insieme di onde confuse insieme, che a tratti seguono correnti contrapposte e a tratti vanno nella stessa direzione, in un unico grande andirivieni.

Gli avvenimenti narrati sono visti attraverso il ricordo struggente: l’infanzia infelice, ma luminosa, l’adolescenza insicura, ma traboccante, l’amore sfiorato, ma mai posseduto. Figure e figurine di una italietta arrancante nella storia dove le canzonette fanno la parte del leone.

La scenografia che accompagna gli attori in scena e del grande Luzzati, ed enfatizza la pittura del secolo passato, mentre sul palco le musiche di Perrotin conquistano i sorrisi degli spettatori grazie anche alle coreografie esilaranti di Claudia Lawrence.

In un teatro che insegue sempre più tristemente il linguaggio, la recitazione e le scelte attoriali della televisione e del cinema, Paolo Poli rappresenta una ventata fresca e pulita di un passato glorioso che riesce a farsi ancora, significativamente, presente.

Erano anni ormai che non giocava piu’.

Anni passati tra casa e ufficio. Anni piacevoli, anzi splendidi, anni di soddisfazioni, di emozioni, di crescita personale e professionale, forse però non spensierati, tutt’altro.

Quando a casa l’atmosfera era cambiata aveva preso l’abitudine di frequentare alcuni parchi, perdersi nei suoi pensieri, affascinato dalla natura degli esseri che li frequentavano.

All’inizio amava sedersi su una panchina a pensare a se stesso, a cosa desiderasse davvero e intanto osservava. Si divertiva a guardare i cani randagi rincorrersi, scambiarsi i ruoli passando all’improvviso da preda a cacciatore, tanto per tenere vivo il gioco oppure quando due di loro iniziavano furiosamente a litigare senza motivo apparente.

Soprattutto amava osservare i cani al guinzaglio e i comportamenti con i loro padroni, chi piu’ addestrato camminava al passo, chi giocava lanciandosi all’inseguimento di un bastone, chi osservava con occhioni perplessi il padrone che lo supplicava dolcemente di ubbidirgli e chi bellamente se ne fregava di tutto e lo lasciava a sgolarsi lanciando ordini che non sarebbero mai stati eseguiti.

Fino ad allora lui si era sempre limitato a far due coccole quando ne trovava uno particolarmente carino, ma erano gesti automatici tra chi cercava e dava affetto a tempo perso, affetti portati via dal primo alito di vento e nel vento dispersi.

Adesso capiva che non voleva solo ricominciare a giocare, avrebbe voluto qualcosa di piu’, cimentarsi in qualcosa che lo facesse sentire ancora vivo, piu’ vivo… e quell’intimo piacere che provava anche solo nel vedere alcuni comportamenti, nell’immaginarsi viverli, nel vedere azioni e reazioni lo avevano convinto: doveva farlo.

Tra i vari parchi a sua disposizione uno portava con se un profumo di spensieratezza e voglia d’evasione particolare, lo faceva stare bene; soprattutto per quel gruppetto di cani, giocoso, casinaro, divertente, ci stava bene. E tra tutti quella piccola cagnetta lo affascinava particolarmente: con quell’aria timida e mansueta, quello sgardo di sfida al mondo, sempre accucciata in un angolo per poi saltar fuori all’improvviso a far piu’ casino di tutti.

Certo addestrare un cucciolo sarebbe stato più semplice, quella aveva chiaramente i suoi anni, sembrava giovane ma si capiva che era abituata alla libertà. Sarebbe stato in fondo ancora più interessante. Sì, l’avrebbe presa e addestrata.

L’inizio non fu facile, combattuto tra tante resistenze, l’abitudine alla libertà e la voglia di compiacerlo e di imparare. Entrambi in fondo provavano un’immensa soddisfazione nel riuscire, anche se all’inizio erano comandi semplici, più portati al conoscersi, annusarsi, alla ricerca di una possibile fiducia. Le rivolte, le ringhiate e gli sguardi di sfida lo divertivano e spingevano a continuare, come le grandi soddisfazioni date da piccoli successi gli confermavano che era stata una scelta corretta.

Andava ancora per parchi, sempre con lei al suo fianco, amava sempre osservare gli altri e vedere cosa succedeva attorno, ma non si fermava più sulla sua vecchia panchina a pensare a se stesso, a cosa avrebbe desiderato, adesso sentiva un senso di completezza che lo appagava come mai prima.

Il passare degli anni porta saggezza e consolida il rapporto, adesso vanno insieme per parchi, osservano gli altri giocare, rincorrersi e litigare, ma come “la giovinezza è quella fidanzata che capiamo solo quando ci ha definitivamente lasciati” (cit. Zafòn) anche la disciplina deve adattarsi e dove il corpo non ci permette più di spingere oltre l’addestramento fisico occorre sopperire con una maggior disciplina mentale, trovare nuovi stimoli, crearsi nuove regole.

Accadde un giorno che decise di portarla in un percorso di agility, quei percorsi delimitati con ostacoli da superare, saltare o tubi dove infilarsi, le avrebbe fatto bene correre un pò. Le istruzioni erano semplici, fecero un giro di prova insieme, lui le spiegò cosa fare e come, lei saltava e correva seguendo perfettamente il percorso, un occhio all’ostacolo e uno sgardo a lui, a leggere la sua soddisfazione, era pronta e lui era orgoglioso di lei.

Il giorno della gara tutto era pronto, lei conosceva perfettamente cosa fare, dove andare, sapeva quanto lui ci tenesse, non poteva sbagliare.

Lui era lì, la giornata era tiepida, il sole riscaldava l’aria fresca, era autunno, ma sembrava che la primavera si fosse risvegliata in anticipo e fosse ansiosa di tornare in pista.

Al via uno sguardo d’intesa diceva chiaramente “ce la possiamo fare”, il primo ostacolo fu superato quasi volando, ingresso e uscita dal tunnel col muso rasente il terreno in posizione aereodinamica e forse fu proprio quella vicinanza a portarle alle narici l’odore della traccia di una quaglia probabilmente passata dal campo nella notte.

La sterzata fu improvvisa, inaspettata. L’ “ohhh” del pubblico gli arrivo alle orecchie prima che si fosse reso conto di quanto era successo, si fermò e la vide seguire quel sentiero invisibile, fino a fermarsi al di fuori del percorso… la traccia era persa.

Solo allora lei capì cosa aveva fatto, lo vide fermo tra gli ostacoli, solo, e lesse lo stupore nei suoi occhi. Avrebbe voluto sprofondare nel terreno, avrebbe voluto non fosse solo soffice, ma fangoso e immergersi.

Tornarono a casa in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri: lei sapeva che sarebbe stata punita, sapeva di aver sbagliato, ma era stata la sua natura, ma era stato un gesto involontario, ma non era stata veramente lei a volerlo, ma… il manuale delle 100 scuse si stava formando nella sua testa.

In lui affioravano mille dubbi sul tempo speso, sull’insegnamento dato, sì l’avrebbe punita perché non non doveva dimenticare l’errore, ma la cosa non gli dava la minima soddisfazione.

Anni d’insegnamento e disciplina andati in fumo, bruciati proprio nel momento in cui avrebbero dovuto realizzarsi.

C’è ancora una panchina in quel parco…

Ubar Estiqaasti

Ho sempre avuto l’insana passione di camminare con il naso all’insù.

Non tenere lo sguardo altezza vetrine solitamente regala sorprese architettoniche e la possibilità di viaggiare un po’ con la fantasia.

Trovo particolarmente affascinante poi sbirciare nelle case altrui. Fuori è buio, magari fa anche un po’ freddo e sei per strada, sollevi lo sguardo e vedi una finestra, con la luce accesa all’interno e quante più finestre con le luci accese potrai trovare, quanti più arredamenti differenti troverai.

Case austere, altre cariche di colori, quante personalità differenti, quante vite a incrociarsi e incontrarsi magari nelle scale del condominio.

Mi ritrovo a volte incantanta a immaginare chi è che vive in quell’appartamento, che mestiere fa, se ha dei figli, se è felice…

Sento quasi il calore di quella casa e da brava attrice recito mentalmente il passo dell’uomo dal fiore in bocca di Pirandello:

Sono capace di stare anche un’ora fermo a guardare dentro una bottega attraverso la vetrina. Mi ci dimentico. Mi sembra d’essere, vorrei essere veramente quella stoffa là di seta… quel bordatino… quel nastro rosso o celeste che le giovani di merceria, dopo averlo misurato sul metro, ha visto come fanno? se lo raccolgono a numero otto intorno al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d’incartarlo.

Guardo il cliente o la cliente che escono dalla bottega con l’involto appeso al dito o in mano o sotto il braccio… Li seguo con gli occhi, finché non li perdo di vista… immaginando… – uh, quante cose immagino! Lei non può farsene un’idea.

Ma mi serve. Mi serve questo.

Attaccarmi cosí – dico con l’immaginazione – alla vita. Come un rampicante attorno alle sbarre d’una cancellata.

Ah, non lasciarla mai posare un momento l’immaginazione: – aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri… – ma non della gente che conosco. No, no. A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse, una nausea. Alla vita degli estranei, intorno ai quali la mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo e in quello. E sapesse quanto e come lavora! fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di questo e di quello; ci vivo; mi ci sento proprio, fino ad avvertire… sa quel particolare alito che cova in ogni casa? nella sua, nella mia. – Ma nella nostra, noi, non l’avvertiamo più, perché è l’alito stesso della nostra vita, mi spiego?”

Ecco, esattamente come l’uomo dal fiore in bocca io mi addentro nelle vite degli altri, per sentirne il senso, il profumo, rimanendo ad osservarle.

Percepire il senso della vita, non solo della mia, ma anche quella degli altri, nelle moltitudini differenti in cui può svilupparsi e crescere consumandosi.

Ha un che di consolatorio tutto ciò. Si pensa di poter vivere talmente tante vite differenti e ci si sente in grado di cambiare la propria, come se bastasse un arredamento differente per essere persone differenti.

Ma in fondo non è questo il punto.

Il punto è sentire l’alito della vita che soffia e ti fa sentire vivo anche quando sei fermo ad osservare l’ atto unico di una attrice spettatrice.

 

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