Clandestinamentemente’s Blog

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“Il treno freccia rossa proveniente da Roma delle 14.23, è in arrivo al binario 16”

Ed eccomi, in cima al binario ad aspettare.

Come me anche altre persone sono venute a prendere i propri cari, scorgo un omone tutto barbuto con una rosa rossa dal lungo gambo. Sorrido. E’ bello vedere trasparire l’emozione anche da questi gesti, forse d’altri tempi, eppure sempre significativi e romantici. Non passano mai di moda e non perdono mai il loro effetto.

Quando cerco di scorgere il suo viso non so mai dove mettere le mani. Le sento sudate e i miei occhi iniziano a guardare tra la folla che scende dal treno.

E’ arrivata la ragazza di quel ragazzo con la bici e i capelli spettinati. Che bel bacio si sono dati.

Arriva anche il figlio di quella coppia con il Golden Retriver. Quante feste, sembra che la sua coda sia impazzita.

La mano in tasca continua a sudare, i miei occhi continuano a cercare e il collo inizia ad allungarsi per cercare più in fondo.

Eppure lo so che a lui piace scendere per ultimo, ma io continuo a cercare.

Torna indietro l’omone barbuto con la rosa, ora però la rosa non l’ha più in mano lui, ma il suo fidanzato. Camminano abbracciati lungo il binario. Bello vedere il loro amore, a dispetto dei beceri moralisti pronti a giudicare con troppa facilità.

Passo la mano sulla giacca, abbasso un attimo lo sguardo e poi torno a guardare la folla, in cerca del suo viso.

La gente si dirada sempre più, ora dovrebbe essere più semplice per me scorgerlo, eppure ancora non lo vedo.

Inizio a guardare anche dall’altra parte delle pensilina, magari c’era meno gente e arriva da quella parte…ancora nulla.

Penso al bacio di quei ragazzi con la bici, all’abbaccio della famiglia con cagnone, alla rosa dei due innamorati.

Non lo vedo ancora.

Le stazioni sono popolate da mille storie. Sorrisi, lacrime… me le sto sentendo tutte addosso.

Quando la pensilina è quasi vuota e vedo arrivare i controllori con le loro uniformi inizio a chiedermi seriamente dove sia, eppure era sul treno.

Prendo il telefono per chiamarlo o vedere se mi ha chiamata e mentre mi distraggo sento che qualcuno mi mette le mani davanti agli occhi, abbracciandomi da dietro.

Sorrido.

Riconoscerei quelle mani tra mille e non bisogna certo essere delle aquile per capire chi sia.

Le accarezzo, le tolgo da davanti gli occhi e le bacio. Mi giro e vedo i suoi occhi e il suo sorriso, nasce istantaneo un sorriso anche sul mio volto.

Si, le stazioni sono popolate da mille storie, ora da una in più… la nostra.

 

 

Il rumore del mare.

Onde che arrivano a riva e si infrangono, altre che ripartono lente per andare via e tornare, sotto altre forme, con un nuovo suono a cullare la mente.

Tutta la vita è uno scorrere in un lento movimento di onde che segnano istante dopo istante la nostra spiaggia.

Onde che a volte increspano pensieri e a volte li accarezzano solleticandoli. Onde che portano lontano, che fanno attraversare mari, non tralasciando le insenature.

Stasera mi perdo nelle onde dei miei pensieri.

Ricordi.

Sguardi.

Quella risata che ha scaldato il cuore.

Quella parola dolce alla quale speri di non abituarti mai, per non perderne l’essenza della dolcezza.

Istanti che segnano vite, che regolano respiri, uno dopo l’altro.

Come le note di una canzone che era da tempo che non ascoltavi più e che riaccende un ricordo, una sensazione. Un lasciarsi trasportare che non conosce tempo.

Il ricordo di un viaggio.

Il tuo.

 

Erano anni ormai che non giocava piu’.

Anni passati tra casa e ufficio. Anni piacevoli, anzi splendidi, anni di soddisfazioni, di emozioni, di crescita personale e professionale, forse però non spensierati, tutt’altro.

Quando a casa l’atmosfera era cambiata aveva preso l’abitudine di frequentare alcuni parchi, perdersi nei suoi pensieri, affascinato dalla natura degli esseri che li frequentavano.

All’inizio amava sedersi su una panchina a pensare a se stesso, a cosa desiderasse davvero e intanto osservava. Si divertiva a guardare i cani randagi rincorrersi, scambiarsi i ruoli passando all’improvviso da preda a cacciatore, tanto per tenere vivo il gioco oppure quando due di loro iniziavano furiosamente a litigare senza motivo apparente.

Soprattutto amava osservare i cani al guinzaglio e i comportamenti con i loro padroni, chi piu’ addestrato camminava al passo, chi giocava lanciandosi all’inseguimento di un bastone, chi osservava con occhioni perplessi il padrone che lo supplicava dolcemente di ubbidirgli e chi bellamente se ne fregava di tutto e lo lasciava a sgolarsi lanciando ordini che non sarebbero mai stati eseguiti.

Fino ad allora lui si era sempre limitato a far due coccole quando ne trovava uno particolarmente carino, ma erano gesti automatici tra chi cercava e dava affetto a tempo perso, affetti portati via dal primo alito di vento e nel vento dispersi.

Adesso capiva che non voleva solo ricominciare a giocare, avrebbe voluto qualcosa di piu’, cimentarsi in qualcosa che lo facesse sentire ancora vivo, piu’ vivo… e quell’intimo piacere che provava anche solo nel vedere alcuni comportamenti, nell’immaginarsi viverli, nel vedere azioni e reazioni lo avevano convinto: doveva farlo.

Tra i vari parchi a sua disposizione uno portava con se un profumo di spensieratezza e voglia d’evasione particolare, lo faceva stare bene; soprattutto per quel gruppetto di cani, giocoso, casinaro, divertente, ci stava bene. E tra tutti quella piccola cagnetta lo affascinava particolarmente: con quell’aria timida e mansueta, quello sgardo di sfida al mondo, sempre accucciata in un angolo per poi saltar fuori all’improvviso a far piu’ casino di tutti.

Certo addestrare un cucciolo sarebbe stato più semplice, quella aveva chiaramente i suoi anni, sembrava giovane ma si capiva che era abituata alla libertà. Sarebbe stato in fondo ancora più interessante. Sì, l’avrebbe presa e addestrata.

L’inizio non fu facile, combattuto tra tante resistenze, l’abitudine alla libertà e la voglia di compiacerlo e di imparare. Entrambi in fondo provavano un’immensa soddisfazione nel riuscire, anche se all’inizio erano comandi semplici, più portati al conoscersi, annusarsi, alla ricerca di una possibile fiducia. Le rivolte, le ringhiate e gli sguardi di sfida lo divertivano e spingevano a continuare, come le grandi soddisfazioni date da piccoli successi gli confermavano che era stata una scelta corretta.

Andava ancora per parchi, sempre con lei al suo fianco, amava sempre osservare gli altri e vedere cosa succedeva attorno, ma non si fermava più sulla sua vecchia panchina a pensare a se stesso, a cosa avrebbe desiderato, adesso sentiva un senso di completezza che lo appagava come mai prima.

Il passare degli anni porta saggezza e consolida il rapporto, adesso vanno insieme per parchi, osservano gli altri giocare, rincorrersi e litigare, ma come “la giovinezza è quella fidanzata che capiamo solo quando ci ha definitivamente lasciati” (cit. Zafòn) anche la disciplina deve adattarsi e dove il corpo non ci permette più di spingere oltre l’addestramento fisico occorre sopperire con una maggior disciplina mentale, trovare nuovi stimoli, crearsi nuove regole.

Accadde un giorno che decise di portarla in un percorso di agility, quei percorsi delimitati con ostacoli da superare, saltare o tubi dove infilarsi, le avrebbe fatto bene correre un pò. Le istruzioni erano semplici, fecero un giro di prova insieme, lui le spiegò cosa fare e come, lei saltava e correva seguendo perfettamente il percorso, un occhio all’ostacolo e uno sgardo a lui, a leggere la sua soddisfazione, era pronta e lui era orgoglioso di lei.

Il giorno della gara tutto era pronto, lei conosceva perfettamente cosa fare, dove andare, sapeva quanto lui ci tenesse, non poteva sbagliare.

Lui era lì, la giornata era tiepida, il sole riscaldava l’aria fresca, era autunno, ma sembrava che la primavera si fosse risvegliata in anticipo e fosse ansiosa di tornare in pista.

Al via uno sguardo d’intesa diceva chiaramente “ce la possiamo fare”, il primo ostacolo fu superato quasi volando, ingresso e uscita dal tunnel col muso rasente il terreno in posizione aereodinamica e forse fu proprio quella vicinanza a portarle alle narici l’odore della traccia di una quaglia probabilmente passata dal campo nella notte.

La sterzata fu improvvisa, inaspettata. L’ “ohhh” del pubblico gli arrivo alle orecchie prima che si fosse reso conto di quanto era successo, si fermò e la vide seguire quel sentiero invisibile, fino a fermarsi al di fuori del percorso… la traccia era persa.

Solo allora lei capì cosa aveva fatto, lo vide fermo tra gli ostacoli, solo, e lesse lo stupore nei suoi occhi. Avrebbe voluto sprofondare nel terreno, avrebbe voluto non fosse solo soffice, ma fangoso e immergersi.

Tornarono a casa in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri: lei sapeva che sarebbe stata punita, sapeva di aver sbagliato, ma era stata la sua natura, ma era stato un gesto involontario, ma non era stata veramente lei a volerlo, ma… il manuale delle 100 scuse si stava formando nella sua testa.

In lui affioravano mille dubbi sul tempo speso, sull’insegnamento dato, sì l’avrebbe punita perché non non doveva dimenticare l’errore, ma la cosa non gli dava la minima soddisfazione.

Anni d’insegnamento e disciplina andati in fumo, bruciati proprio nel momento in cui avrebbero dovuto realizzarsi.

C’è ancora una panchina in quel parco…

Ubar Estiqaasti

A volte si diventa giudici troppo severi di se stessi.

Senza considerare la sinusoide ormonale femminile che contraddistingue l’umore di noi fanciulle, a volte, senza neanche la banale motivazione dell’altalena ormonale, ci si guarda allo specchio e ci si trova una miriade di difetti, esterni, e quelli con un po’ di trucco e parrucco si riescono a nascondere, e interni, e per quelli è difficile porre rimedio. Anche con il miglior trucco possibile il sorriso che ci si rivolge è sempre un po’ storto, non sincero e assolutamente non attraente.

Quando sono in queste fasi umorali e mi capita di chiaccherare con qualcuno ho la tendenza a non nascondere affatto le mie crisi esistenziali. Metto a nudo la mia anima, e c’è chi dice che sbaglio, perchè offro il fianco per eventualmente essere attaccata e ferita e chi invece rimane spiazzato da tanta sincerità.

Ai secondi la frase che si forma tipo fumetto sulla testa è “sei speciale”.

Lo sono?

Sono sicuramente una donna forte. Forte, fragile ed emotiva allo stesso tempo.

C’è chi mi definisce una donna con le palle, ed effettivamente devo ammettere che in più di un’occasione della mia vita è stato necessario tirarle fuori e servirsi di loro per trovare, forza, coraggio e un sano senso di autoconservazione.

Sono decisa e determinata e se ho un obiettivo davanti a me difficilmente non lo raggiungo, anche perchè col tempo ho imparato a calibrare le mie energie e ad apprezzare le vittorie sudate con fatica e onore piuttosto che apprezzare le vittorie semplici di ciò che ci viene facile fin da subito, e si raggiunge con minor impegno.

Se in ambito lavorativo mi sono dovuta costruire, annientare e ricostruire nuovamente, e devo ammettere con un buon successo, dal punto di vista relazionale la mia vita si scinde assolutamente in due.

Le amicizie, uniche e insostituibili, sempre pronte ad arricchirsi e crescere. Ogni nuovo amico è il benvenuto e per fortuna la vita continua a regalarmene molte. Compagni di vita e di viaggio, anche se solo per poche fermate sull’autobus della mia vita, le persone si aprono a me con il cuore, forse perchè sentono e percepiscono che io faccio la stessa cosa con loro.

Un buon senso dello humor e una faccia di gomma come la mia favoriscono poi le risate collettive, se per anni ho fatto e faccio cabaret e teatro comico un motivo ci sarà.

Una bella persona. Certo lo sono.

Ma la mia non è una mancanza di modestia, semplicemente un prendere coscienza di ciò che si è.

Sono talmente una bella persona che anche con i miei amori ho sempre badato prima al loro bene piuttosto che al mio. Mai egoista, mai pretenziosa, una brava cagnetta.

A cuccia pronta a bearsi delle carezze del suo padrone, a scodinzolare felice e fedele, pronta a giocare e a rispondere al suo comando, senza mai digrignare i denti una sola volta.

Compagna ideale, non sono appiccicosa, lascio liberi i reciproci spazi personali, donna indipendente e fedele.

Evidentemente nella mia ricetta personale dell’amore però qualcosa viene sempre a mancare, il fatidico ingrediente segreto q.b.  che rende irripetibile, indimenticabile e soprattutto irrinunciabile un rapporto.

Le esperienze negative della vita hanno segnato me come chiunque altro sulla faccia della terra, non sono per nulla speciale in questo, direi anzi piuttosto comune.

Diventa poi col tempo abbastanza comune cercare di proteggere i propri sentimenti, tutelarli, ma senza cercare di soffocarli, perchè si sa, una vita senza amore è troppo triste per essere vissuta.

E’ così che ho imparato ad amare a modo mio. Ho imparato a fare anche in età adulta quello che solitamente è prerogativa fanciullesca o adolescenziale.

Io amo a distanza.

Non dimostrando, non manifestando, vivendo intrinsecamente un sentimento che non riesce più a trovare sbocco, e se lo trova torna in faccia come un pungiball mal spinto.

“Tu riesci a fare questo?”

Si, ci riesco, anzi, per meglio definire la mia prerogativa, io riesco a fare solo questo. E’ il resto che non mi viene.

Quel fumetto sulla testa del mio interlocutore è sempre lì. Che donna dai sentimenti vivi e puri, limpidi.

No avventore.

Non è così.

Non c’è proprio nulla di speciale in questo, è solo la vita.

La mia.

E’ da un anno e passa che se ne parla, e finalmente anche il turno di R. è arrivato.

Quanta fatica per tutti i preparativi e riuscire a organizzare tutto. Quanta fatica anche da parte di noi invitati per presentarci belli, bellissimi, ai limiti dell’umano scibile in fatto di bellezza in quella chiesetta.

Corsi durati anni interi per poter mettere il riso a forma di cuore sul piazzale, per poi dimenticarsi che lo zio rincoglionito c’è sempre e esce fuori dalla chiesa sempre prima degli sposi, rovinando quel piccasso di chicchi e petali adagiati a terra.

E’ quasi ora della cerimonia e bisogna imbellettarsi e truccarsi per essere belle, le più belle e azzardi addirittura quel tacco 10 che in 35 anni hai sempre rifiutato, non sentendolo tuo, ora chissà perchè te ne senti affascinata.

Dura, durissima esperienza camminare e scendere le scale con disinvoltura ma ce la fai e, sorpresa, ti senti bella, sensuale, accattivante. Sensazione a dire il vero che dura ben poco… ragazze, se come me siete alle prime armi non cadate nel tranetto dei cuscinetti della Dott. Scholl per poter reggere meglio i tacchi alti, non solo sono una bufala ma vi faranno ottenere in tempo zero l’effetto opposto, desidererete di prostituirvi poiuttosto, ma che vi facciano togliere quei tacchi, vi prego…

Almeno durante la cerimonia reggi, sospirando ogni volta che vedi che ci si può sedere sulle panche (atea convinta, vado in chiesa solo ai matrimonio e i battesimi o i funerali, non conosco la liturgia, mi limito a stare in piedi e in silenzio e alzarmi e sedermi ogni volta che lo fanno gli altri, l’unica cosa che mi piace davvero è scambiare il segno di pace, prendo e parto per tutta la chiesa per non saltare nessuno). Inizi a maledire tutte le firme che testimoni e sposi devono fare e a domandarti con insistenza nel cervello “ma quand’è che escono che tiriamo il riso e posso risedermi in macchina?”

Ebbene si lo ammetto, procedo al cambio delle scarpe (a tutte le torture c’è un limite nella vita) e fiocco allo specchietto laterale si parte in direzione ristorante, villa con piscina e catering e fiori e tessuti bianchi e prato all’inglese e panorama e…. coda per andare in bagno.

A qualsiasi ora del pomeriggio/sera/notte.

E’ in queste occasioni che ti rendi conto che gli invitati sono comunque troppi ma benedici la presenza del clown che almeno focalizza l’attenzione dei bambini.

Guardo il giovane collega vestito come un poveraccio cercare di inseganre ai bimbi un po’ di giocoleria, vien quasi voglia di far roteare le pallette anche io, ma sono vestita elegante oggi, gioco a fare la signora .

Antipasto a buffet mondiale, tutto buonissimo e abbondante, direi che la mia cena poteva benissimo concludersi lì, chissà perchè poi ai matrimoni uno deve abbuffarsi fino a stare male. Noto con ironia di non essere l’unica ad essersi cambiata le scarpe, una serie di donne con vestito con lo strascico manco si dovessero sposare loro sfoggiano adesso ballerine o infradito, l’unica che si è ostinata a tenere i tacchi tutta la sera entrando in sala precipita rovinosamente a terra. Con aplomb da cerimonia la si aiuta a rialzarsi e si finge di non aver notato nulla di strano o ridicolo.

Inizia a salirmi un sano senso di disgusto.

Ma perchè gli uomini sono così stupidi???? Perchè non limitarsi a festeggiare con semplicità un bel giorno e renderlo unico semplicemente per l’affetto che si da e si riceve dagli altri? Perchè rendersi ridicoli in ambiti appariscenti e farsi venire i piedi gonfi come scarponi da sci, ai limiti dell’elefantismo, pur di essere eleganti e raffinate? che poi l’eleganza e la raffinatezza se ce l’hai non hai bisogno di mostrarla con tacchi e strascichi, io oggi, per esempio, sono raffinatissima con il mio jeans e la camicia bianca e il fularino bianco, provate a dimostrare il contrario…

Alla fine assonnati e un po’ ubriachi si torna verso casa, chi non ha bevuto o quasi guida (io!), gli altri bellamente sonnecchiano.

Un’altra festa è finita e a parte il mio umore tra il cinico e il faceto non mi resta che augurari ai due sposini solo tanto amore, aspettando pazientemente che prima o poi venga anche il mio turno per la felicità.

 


Ad un attento lettore delle mie pagine non sarà certo sfuggita una mia propensione alla sofferenza amorosa.

Ah l’amour…sicuramente uno dei motori dell’universo, che tutto e tutti smuove. Come esimersi da questa giostra che testa e cuore fanno girare regalando farfalle svolazzanti nello stomaco?

Certo i rischi non sono pochi e nemmeno rari, ma l’alternativa che si propone è un lento non vivere. Pochi picchi in basso, vero, ma anche pochi in alto.

Da qualche mese a questa parte una nuova consapevolezza di me stessa, il sentirmi bella, dentro e anche fuori, il guardarmi allo specchio e piacermi, cosa non frequente negli ultimi anni, devo essere sincera. Anche chi mi sta attorno se ne accorge, probabilmente illuminata da una nuova luce mi capita di ricevere complimenti, inviti, fiori…

Occorre però fare una distinzione, perché è facile parlare di amore, ma non tutte le sensazioni sono uguali, anzi, differenti di volta in volta. Ogni amore è un amore nuovo, una sensazione inaspettata e a suo modo speciale, unica.

L’amore sacro, non inteso come religioso, ma quello più puro che ci fa vedere il mondo a forma di cuore anche se si è come me, cinici andanti. E’ quel sentimento che, io per prima a volte in un goffo tentativo di difesa, cerco di allontanare, troppa è la paura di una nuova sofferenza, ma ogni tentativo è puntualmente fallito ogni volta. Al cuor non si comanda, ed è ora di farsene una ragione.

All’improvviso incontri una persona, entri in contatto con il suo mondo e te ne senti talmente affascinato che, senza neanche accorgertene il più delle volte, ti ritrovi a pensare a lei. Hai voglia di sentire la sua vicinanza, perderti nei suoi occhi e bearti dei suoi sorrisi, per il puro gusto di vivere quella emozione. Che poi la si viva realmente o solo mentalmente è un piccolo particolare ( a volte neanche irrilevante) che comunque trascende dal sentirsi coinvolti emotivamente o meno. Ci si ritrova avvolti in quel miele di sensazioni che ti rimangono addosso, e noi, piccoli orsi sulla difensiva, iniziamo a leccare avidi e ingordi.

E’ amore sacro quello che ci lega ai nostri cari, siano essi genitori, fratelli, amici o animali di compagnia, quello che ci spinge ad andare incontro ad un amico in difficoltà, quello che ci fa sentire persone migliori ogni volta decidiamo di viverlo.

E poi vi è l’amor profano, quello più fisico, se vogliamo carnale, che a volte c’entra anche con quello sacro, e a volte no. E’ puro istinto animale primordiale che chiede vita per mordere la vita stessa con voracità e avidità. Nulla di male nel viverlo, come e quando si vuole. Ho amici gay, passionali, meno passionali, religiosi, più estrosi, ognuno di loro lo vive secondo le proprie voglie e fantasie, tutte rispettabilissime.

Il vivere in un paese che ospita lo stato del Vaticano certo non aiuta ad avere un’apertura mentale adeguata e il più delle volte il parlare o a volte anche il solo pensare ad un amore animale di questo tipo fa passare per “gente poco perbene”.

Secondo me no.

La gente poco perbene è chi non rispetta il prossimo, chi lo umilia, chi parla alle spalle, chi si dimostra maleducato e ignorante.

Lasciamoci andare, viviamo, amiamo.

E se sofferenza conseguente sarà, sarà solo un altro modo per sentirci vivi e non semplici vegetali.

 

 

 

Argomento uomini.
Ne ho avuti in passato, due grandi storie d’amore e qualche avventura, ma assolutamentenella media, anzi direi media bassa.
Non so se sono circondata da uomini che mi desiderano, qualcuno c’è ma seguendo un mio normale percorso di sfiga, chi mi viene dietro non mi piace e chi mi piace non mi viene dietro. E’ anche da dire che ho gusti difficilotti, se si tratta di giocare e robe di poco conto è una questione, ma se devo mettermi in gioco, allora richiedo tutta una serie di requisiti mica da ridere.
Mi reputo una bella persona e sono affascinata dalle belle persone. Ma non mi riferisco alla bellezza esteriore, che se c’è ovviamente ben venga, ma alla bellezza di pensiero, di mente, di espressione.

Mi piace l’italiano e chi lo sa parlare con ragion veduta, poi un errore ci sta sempre, nessuno è perfetto, ma il condizionale è il condizionale e bisogna saperlo usare.
Mi piace la gentilezza, quei piccoli gesti gentili che ti fanno sentire che ci sei per quella persona, che non sei una fra tante, ma tu lì, ora, con lui.
Mi piace l’ironia, segno di vivacità intellettuale, mi piace chi si confronta, perchè c’è sempre da imparare dagli altri, anche se sono muratori, anche se sono vecchi e senza denti, anche se sono giovani e sognatori.
Non credo di essere una persona facile, ho un buon carattere, sono di compagnia e amo lo scherzo, ma la mia mente non si ferma mai, valuta e pondera sempre chi ha di fronte e se fai qualcosa che non mi piace o dici qualcosa che reputo altamente contrario alla mia idea di mondo provo in primis a confrontarmi, se poi di fronte ho il vuoto, lo penso e lo comunico.
Per queste ragioni credo che i miei possibili spasimanti siano un po’ spaventati da me, donna con le palle, come mi definì anche il mio capo.
Attualmente ho qualcuno che mi fa il filo, ma a me non piace se non come amico. Ho qualcuno che mi affascina, ma è un fascino ancora troppo poco definito per poter essere descritto.
Sicuramente ho voglia di conoscere gente nuova, che mi stimoli mentalmente e perchè no, anche nei sensi.
E ci sei tu.
Elemento evanescente, ammaliante.

Mi piace il tuo modo di fare, di porti, la tua voce un pochino timida, il tuo tenermi testa, il tuo essere un po’ dominante e volermi condurre con le tue domande a scoprirmi, non solo fisicamente, ma interiormente, nudità ben più intima di quella fisica.

Mi piace seguirti, mi piace aspettarti, mi piace conoscerti e intrecciare i miei pensieri ai tuoi. Mi piace sapere che mi leggi, con occhi curiosi che cercano di guardare al di là delle parole, al di là dei concetti, che mirano al mio animo plurisfacettato.
Io tutto e il contrario di tutto e tu mi comprendi.

 


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