Clandestinamentemente’s Blog

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Una sera di temperatura primaverile, si cammina piacevolmente per le vie di Torino.

Destinazione teatro Gobetti.

In scena la commedia goldoniana “La bottega del caffè”, regia di Beppe Rosso, per la stagione teatrale 2011 – 2012 del Teatro Stabile di Torino.

La bottega del caffè è il luogo in cui tutti i destini si incrociano, in una Venezia che si rivela il perfetto palcoscenico, Repubblica in decadenza che ha trasformato i suoi spazi di potenza economica e commerciale in luoghi di bische e bordelli.

Come nella nostra italica realtà moderna, una crisi è sempre preludio di grandi cambiamenti, tutto si muove perchè nulla cambi, perchè i valori messi in campo servono soltanto per coprire il proprio tornaconto.

La commedia si snocciola nell’arco di una giornata, raccontando la trasformazione, sociale ed economica, di personaggi che si abbandonano alle loro pulsioni più elementari: donne a caccia del loro marito fuggito o di un uomo che le sposi o le protegga, sbirri, uomini schiavi del gioco e pettegoli voyer.

Gli attori sono parti integranti di una scenografia minimalista confondendosi con una tappezzeria immaginata e spostano solo di volta in volta l’attenzione su di sè e sui propri movimenti.

L’olfatto ricerca nella platea quel profumo di caffè che viene continuamente versato nelle tazzine maneggiate sulla scena e viene davvero voglia di ordinarne una tazza, servita dalla maestria e cortesia di un bottegaio come Ridolfo, Beppe Rosso, in grado di riproporre un testo ricco di non detti, misterioso, ma quanto mai attuale pur nella sua classicità.

Nuovo appuntamento teatrale con il Teatro Stabile, è il turno tanto atteso di Paolo Poli che porta in scena insieme ai suoi attori mimo “Il mare”, spettacolo di Anna Maria Ortese.

Conoscere Paolo Poli a teatro è un’esperienza che tutti dovrebbero fare una volta nella vita. Sì, perché la sensazione non è di assistere ad uno spettacolo qualsiasi, ma di fare la conoscenza di lui. Di entrare in quel mondo interiore intenso ed incomprensibile di cui lui è l’unico sovrano.

Non si ha nemmeno la sensazione che Poli entri ed esca dal personaggio. È un flusso unico, che lui modula a piacimento inseguendo qualcosa, un’ispirazione continua, un istinto sovrano a cui tutto è concesso: lui lo sa, il pubblico lo sa.

Non saprei dire cosa c’è di commovente in lui. Tutto è denso di cose nel suo modo di muoversi, di cantilenare e poi spezzare all’improvviso il tono, di giocare con la delicatezza estrema e poi con le note baritonali della sua voce, nell’incedere ed uscire di scena come se ogni mossa fosse ovvia, l’unica possibile anche quando assurda. È talmente incisiva la sua comunicatività che lo spettacolo, di cui lui è pure l’assoluto protagonista, autore e sovrano, passa in secondo piano.

Lo spettacolo è proprio come il mare, un insieme di onde confuse insieme, che a tratti seguono correnti contrapposte e a tratti vanno nella stessa direzione, in un unico grande andirivieni.

Gli avvenimenti narrati sono visti attraverso il ricordo struggente: l’infanzia infelice, ma luminosa, l’adolescenza insicura, ma traboccante, l’amore sfiorato, ma mai posseduto. Figure e figurine di una italietta arrancante nella storia dove le canzonette fanno la parte del leone.

La scenografia che accompagna gli attori in scena e del grande Luzzati, ed enfatizza la pittura del secolo passato, mentre sul palco le musiche di Perrotin conquistano i sorrisi degli spettatori grazie anche alle coreografie esilaranti di Claudia Lawrence.

In un teatro che insegue sempre più tristemente il linguaggio, la recitazione e le scelte attoriali della televisione e del cinema, Paolo Poli rappresenta una ventata fresca e pulita di un passato glorioso che riesce a farsi ancora, significativamente, presente.

Il primo appuntamento della stagione con il Teatro Stabile, ci si reca in uno degli spazi più suggestivi che l’architettura moderna sia riuscita a recuperare mantenendo la storia e il fascino antico del luogo: le Fonderie Limone.

La fonderia ha vissuto anni di splendore ma anche momenti di grandi avversità, che l’hanno portata alla definitiva chiusura alla fine degli anni Settanta. Solo nei primi anni Novanta è stato predisposto un progetto di recupero funzionale ed urbanistico di ampio respiro con l’obiettivo di insediare, in alcune parti della struttura, attività di grande rilevanza cittadina. Un progetto significativo dal punto di vista urbanistico si è sommato, così, ad un progetto culturale ed artistico: l’ex Fonderia, secondo questo indirizzo, è diventata, grazie al rapporto con il Teatro Stabile di Torino, una “fabbrica delle arti” e luogo di produzione di spettacoli teatrali. Nasce, così, un polo unico nel suo genere in Italia, aperto alla progettazione e alla elaborazione delle idee, al servizio di tutti: del teatro, dell’arte e della comunità intera.

Danza, cinema, illusione ottica sono solo alcuni degli straordinari elementi che compongono uno degli spazi più sorprendenti degli ultimi anni dove invenzioni oniriche, quasi lunari, e  l’arte recupera la propria funzione evocatrice:  un’altra dimensione del reale, per esempio.

Sarebbe uno dei compiti della politica, ma di questo bisogno primario sono oggi coscienti solo gli artisti.

Adrien Mondot, ingegnere informatico- giocoliere, crea spettacoli che mettono in rapporto arti della scena e della visione. Una sfida al 3D, grazie alla quale i sogni infantili riemergono improvvisamente, mettendo a dura prova la razionalità che guida la nostra vita moderna. Una felice onomatopea, un invito al miraggio e al gioco.

Davanti agli occhi dello spettatore linee, punti, lettere e oggetti digitali proiettati su superfici piane, tessere e spazi poetici avvolgono, contrastano e disegnano la forma esatta del corpo e del gesto.

L’immaginazione diventa colore opaco e solido per rivelare trasparenza e libertà di movimento, il desiderio e l’infinito intutti noi.

Imperdibile.

Si torna alle buone e vecchie abitudini: una serata invernale passata a teatro con gli amici con l’abbonamento al Teatro Stabile in tasca e l’imperdibile  spettacolo di Gabriele Vacis! Praticamente ogni anno facciamo l’abbonamento unicamente per questo appuntamento!

Le scelte registiche di Gabriele (ormai da quando l’anno scorso gli abbiamo anche fatto accendere una sigaretta lo cosideriamo di famiglia!) sono sempre eccentriche e quasi futuristiche, con un occhio sempre attento alla modernità, reinterpretando anche i classici, come i Rusteghi di Goldoni.

Un vero inno alle donne, non solo intelligenti, ma anche furbe nel loro modo di discutere con i loro uomini, affrontandoli e lambendoli.

Non fanno mai parte del mondo che decide le regole, non toccano mai il denaro, non decidono da sole se e quando uscire di casa e con chi, e nemmeno come vestirsi, figurarse il marito! Non tocca che sperare che non sia troppo vecchio e possibilmente ricco.

Rinchiuse con i loro Rusteghi in ambienti angusti, reclamano la libertà di porter scegliere abiti alla moda e partecipare al carnevale, per poter dimenticare con una maschera la propria quotidianità.

Nella scelta di Vacis le donne tutte sono rappresentate solo da uomini vestiti da donna, che dovranno così piegarsi a scelte e regole non condivise da loro stessi, fino a spingersi alla comprensione di una presenza di un’altra parte di loro stessi, per vivere, il più possibile nei panni dell’altra.

Lo spettacolo si rivela un’altalena, che spinge lo spettatore dal presente al passato goldoniano, dalla finzione del palcoscenico alla realtà del retro quinte, dalla realtà fatta credere agli uomini Rusteghi a quella tramata dalle menti agili e sensibili delle loro compagne.

Scenografia semplice e sofisticata, atti separati l’uno dall’altro con balli e musiche. Si ride dei Rusteghi, si ride con le donne, si ride con gli attori che improvvisano tra di loro, fino a far sembrare allo spettatore di assistere a delle prove (di tutto rispetto) e non alla messa in scena finale del loro lavoro di riscrittura dei Rusteghi dal veneziano all’italiano, con trovate umoristiche che divertono il pubblico e lo lasciano estasiato a fine serata.

Si applaudono tutti gli interpreti, dal primo all’ultimo, per molto tempo, con la voglia di non far finire mai questa serata regalata da Vacis alla regia e da Eugenio Allegri, Mirko Artuso, Natalino Balasso, Jurij Ferrini, Nicola Bremer, Christian Burruano, Alessandro Marini e Daniele Marmi sul palco.

Il messaggio da parte di Goldoni è un invito alle donne: esigete rispetto quanto ne date.

Ditemi voi se non è attuale anche ai giorni nostri.



Finalmente la stagione del Teatro Stabile è ricominciata, ed eccoci puntuali come la morte davanti al teatro Carignano per poter godere appieno del primo spettacolo del nostro abbonamento.
E’ sempre un piacere recarsi al Carignano, uno non si abitua mai abbastanza alla maestosità di questa piccola bomboniera regia.
Una coltre di fumo ci accoglie in platea e ci fa appena scorgere la scenografia dello spettacolo che stiamo per vivere, perchè il teatro ti rende spettatore attivo, vivi la scena anche tu e ne sei protagonista a tua volta, con tutti i sensi accesi e la voglia di calarti nel racconto dietro il sipario.
In scena Napoletango, un musical latino-napoletano, ideato e diretto da Giancarlo Sepe che vede in scena una marea di attori e attrici che fanno il loro ingresso proprio tra gli spettatori, con tutto il loro modo chiassoso di fare, napoletani nell’essere, tangheiri nell’animo.
Il musical racconta la storia della famiglia Incoronato, famosa a Napoli per essere un chiassoso circo che viene chiamato per cerimonie religiose e feste di paese, la cui specializzazione è il tango, il tragico, divino, sensuale tango argentino.
Come gli elementi di questa pazza famiglia l’abbiano imparato è un vero mistero, ma la loro passione è costante, tale da motivare ogni singolo gesto, anche il più elementare, come il mangiare, il bere, il dormire. e finanche il camminare e il muovere le orecchie.
Sono dei veri fenomeni, una famiglia allargata a sempre nuovi elementi, anche biondi, stranieri, non vedenti, cantanti e soprattutto ballerini, tutti ballerini, dal primo all’ultimo ballerini.
Immagini e musica confluiscono sul palcoscenico teatrale in un’unica formula e al ritmo di Piazzolla, Gardel, Santolalla lo spettatore partecipa alle vicende dei personaggi.
C’è il tango della sveglia, quello della prima colazione. Lo spettacolo è un inno alla vita senza freni della cultura borghese e senza la ricerca affannosa della bellezza.
In un vortice danzereccio si balla tutti insieme, attori con spettatori, sul palcco, in paltea, sulle poltroncine, e tornando a casa si continua a ballare e cantare, perchè ormai la famiglia Incoronato ha contagiato anche tutti noi.
Vogl’ ballà o’ tang!

Ultimo appuntamento dell’anno 2009/2010 con la stagione teatrale del Teatro Stabile di Torino.
Ieri sera è stata la volta di “Viaggiatori di pianura”, regia di Gabriele Vacis, Fonderie Limone.
Quattro attori in scena, i due giovanissimi e promettenti Christian Burruano e Liyu Jin e i due decisamente più scafati ed esperti Laura Curino e Natalino Balasso.
La scenografia, come in ogni spettacolo portato in scena da Vacis, era abbastanza scarna ma estremamente efficace. Dai pochi elementi portati in scena lo spettatore riusciva a vedere spazi e situazioni, fare salti temporali dal presente al passato, seguendo i racconti dei protagonisti.
La scena si svolge in uno scompartimento di un treno ad alta velocità, e mentre i corpi viaggiano veloci le menti rimangono immobili nei ricordi, nelle proprie piccole tragedie che formano la storia di una vita.
Si inizia da Regina, elegante signora di terza età. Regina racconta il giorno del suo matrimonio nel Pontedine, anno 1951, e la sua storia d’amore con Aldo, instancabile lavoratore, proprietario di terra e di ben 4 animali, tra cui Mario, un mulo, suo unico vero amico.
La tragedia dell’alluvione colpisce la felice coppia proprio il giorno del loro matrimonio. Un muro di fango e acqua, 100 morti e tante fratture, chissà perché poi, in forndo era solo acqua, perché così tante ossa rotte? (ndr)
Prosegue il viaggio e ora racconta Boom Boom, blues man italo americano con origini Friulane.
Boom Boom racconta del 2005. L’uragano Katrina colpisce le coste del New Orleans.
1000 morti.
Finalmente la natura aiuta l’economia e ripulisce la feccia umana e sociale che vive nelle periferie.
Gli economisti forse non si accorgono del dolore e delle morti, quello è compito di chi la tragedia l’ha vissuta in prima persona, e con il proprio blues riesce ancora a cantare il proprio dolore.
Il viaggio sta per terminare ed è un giovane ragazzo che racconta la sua esperienza di animatore turistico di giovani e vecchie ciccione in un villaggio in Indonesia.
Correva l’anno 2004.
Quello dello tzunami.
300.000 morti.
Le sue clienti, balene ballerine, insieme a migliaia di pescatori, di uomini, donne e bambini spariscono in quell’onda anomala dalla potenza distruttiva.
Tre storie di vita.
Tre vite sconvolte dalla forza della natura.
Un racconto nonostante tutto fresco e umoristico, romantico e pudico, ritmato e scorrevole, persino piacevole.
E questo è tutto merito di Vacis, e degli attori protagonisti di questo ultimo spettacolo della stagione, che è proprio il caso di dire che è finita in bellezza.

Fonderie Limone.
Uno spazio industriale ristrutturato a regola d’arte.
Un luogo dove fare teatro amatoriale e non.
Ieri sera è stata la volta di Angels in America, parte seconda.
Uno spettacolo per raccontare dell’AIDS sulla comunità gay di San Francisco.
La regia era decisamente cinematografica, con continui e rapidi cambi di scena: dagli uffici alle case, da una stanza d’ospedale ad un’Antartide del tutto immaginaria e poi Central Park e Brooklyn mostrando l’inquieto viaggio dei protagonisti nella vita e nella morte.
Uno spettacolo che a certi tratti provoca anche un certo disagio, prova, secondo me, che un’opera d’arte funziona.
Giovani e bravissimi gli interpreti.
Uno straordinario e sensualissimo Edoardo Ribatto, intreprete di Prior (ho sempre subito il fascino dell’uomo malato), giovane malato di AIDS che lotta contro la malattia sentendosi profeta nel suo dolore, angelologo per caso e per destino, e uno strepitoso ed esilarante Fabrizio Matteini, infermiere accurato e amico prezioso.
Ieri sera la prima dello spettacolo che è la seconda parte di “Si avvicina il millennio” portato sulle scene l’anno scorso.
Negli applausi finali tutti gli attori esibivano con coraggio e orgoglio la coccardina rossa per la lotta contro l’AIDS.
Ammetto anche di essermi commossa in più di un passaggio del monologo di Prior sull’attaccamento alla vita.
Trovo sempre squisitamente piacevole regalarmi questo tipo di serate, dove cultura, arte e sensibilità si intrecciano in maniera indissolubile.


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