Clandestinamentemente’s Blog

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La passione è passione, e anche se lasciata sopita per tanto tempo torna a entusiasmare con più forza di prima.

Il teatro, che mi ha visto tante volte sul palcoscenico, più volte ancora tra il pubblico in sala e a di tanto in tanto come recensitrice di spettacoli, mi ha travolto con la sua bellezza ancora una volta.

E’ bastata una semplice domanda: “Andiamo a vedere uno spettacolo?” e mi sono nuovamente trovata a contare i giorni e non vedere l’ora di godere della magia che solo il teatro può regalare.

Bologna, teatro San Salvatore, luogo storico bolognese risalente al 1520, straordinariamente affascinante.

Si entra da una piccola porta, l’insegna è quasi invisibile, bisogna quasi volerlo trovare questo piccolo gioiello, perché il bello non è per tutti, ma solo per chi si dimostra curioso e cercatore.

Un atrio buio ci accoglie e un manichino dalla testa mozzata ci mostra il percorso da seguire all’interno del complesso conventuale di San Salvatore, un complesso che occupa un intero quartiere bolognese e comprende ben quattro chiostri. Si accede al teatro passando proprio da uno di questi che ospita nel centro del cortile un’imponente magnolia secolare.

Sala certo non di grandi dimensioni ma con molti pregi architettonici e artistici. Un soffitto in cassettoni di legno con intagli rossi e blu, colori non a caso a Bologna, con alle pareti tracce di affreschi cinquecenteschi del Bagnacavallo che rimandano con la memoria ad antichi splendori.

Il teatro San Salvatore è un vero alveare di proposte e, recita la locandina, fucina di talenti. Noi stasera andiamo a vedere L’arte ad arte, spettacolo scritto e sceneggiato da Christian Poli e interpretato da Andrea Santonastaso, figlio e nipote d’arte dal grande talento che tra cabaret, radio e televisione regala divertimento da anni al suo pubblico.

La platea è al completo e mentre le luci tra gli spettatori si spengono, si accendono quelle sul palco. Santonastaso entra in scena e inizia rivolgendo ai presenti una semplice domanda: “Cosa è l’arte?”

L’interrogativo è apparentemente facile, ma la voce fuori campo della “signorina Wikipedia” getta subito un po’ di sana confusione per poter solleticare la curiosità e l’intelletto degli spettatori:

“L’arte, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme creative di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall’esperienza. Nella sua accezione odierna, l’arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni e “messaggi” soggettivi. Tuttavia non esiste un unico linguaggio artistico e neppure un unico codice inequivocabile di interpretazione.”

Occorre dipanare, e quale miglior modo se non affrontando esempi concreti e conosciuti a tutti?

Si proiettano quindi opere di grandi artisti, da Leonardo a Pollock, da Chagall a Munch, da Raffaello a Picasso passando per Velàzquez e Caravaggio.

Si cerca di raccontare l’evoluzione storica dell’arte pittorica e di interpretare e narrare le tecniche raffigurative utilizzate e le filosofie artistiche applicate. Ingegno e talento ogni volta unico, ogni volta inimitabile nel suo genio creativo.

Il tutto è affrontato con una vis comica che mantiene viva l’attenzione e riesce a istruire il pubblico che ascolta interessato con il sorriso sulle labbra.

Quasi un one man show, Santonastaso, se non fosse per la partecipazione di tre giovani e bellissime ballerine che interpretano, tra la spiegazione di un dipinto e l’altro, le tecniche e le filosofie appena illustrate grazie alle coreografie di Laura Zollet.

Un’ora e mezza di rappresentazione che scivola veloce e che lascia tutti entusiasti, con la voglia di informarsi ancora e conoscere, approfondire altre opere, altri capolavori; che lascia con sete di cultura e con fame di sapere.

Uno spettacolo che diverte e insegna, adatto a un pubblico giovane e che giovane non è più.

Il teatro San Salvatore mantiene fede alle promesse scritte sulla locandina, l’arte si è manifestata in un vero vortice che, dalla scrittura alla rappresentazione, dalla pittura alla danza, ha mostrato nuovi e vecchi talenti.

L’arte ad arte.

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Una sera di temperatura primaverile, si cammina piacevolmente per le vie di Torino.

Destinazione teatro Gobetti.

In scena la commedia goldoniana “La bottega del caffè”, regia di Beppe Rosso, per la stagione teatrale 2011 – 2012 del Teatro Stabile di Torino.

La bottega del caffè è il luogo in cui tutti i destini si incrociano, in una Venezia che si rivela il perfetto palcoscenico, Repubblica in decadenza che ha trasformato i suoi spazi di potenza economica e commerciale in luoghi di bische e bordelli.

Come nella nostra italica realtà moderna, una crisi è sempre preludio di grandi cambiamenti, tutto si muove perchè nulla cambi, perchè i valori messi in campo servono soltanto per coprire il proprio tornaconto.

La commedia si snocciola nell’arco di una giornata, raccontando la trasformazione, sociale ed economica, di personaggi che si abbandonano alle loro pulsioni più elementari: donne a caccia del loro marito fuggito o di un uomo che le sposi o le protegga, sbirri, uomini schiavi del gioco e pettegoli voyer.

Gli attori sono parti integranti di una scenografia minimalista confondendosi con una tappezzeria immaginata e spostano solo di volta in volta l’attenzione su di sè e sui propri movimenti.

L’olfatto ricerca nella platea quel profumo di caffè che viene continuamente versato nelle tazzine maneggiate sulla scena e viene davvero voglia di ordinarne una tazza, servita dalla maestria e cortesia di un bottegaio come Ridolfo, Beppe Rosso, in grado di riproporre un testo ricco di non detti, misterioso, ma quanto mai attuale pur nella sua classicità.

Nuovo appuntamento teatrale con il Teatro Stabile, è il turno tanto atteso di Paolo Poli che porta in scena insieme ai suoi attori mimo “Il mare”, spettacolo di Anna Maria Ortese.

Conoscere Paolo Poli a teatro è un’esperienza che tutti dovrebbero fare una volta nella vita. Sì, perché la sensazione non è di assistere ad uno spettacolo qualsiasi, ma di fare la conoscenza di lui. Di entrare in quel mondo interiore intenso ed incomprensibile di cui lui è l’unico sovrano.

Non si ha nemmeno la sensazione che Poli entri ed esca dal personaggio. È un flusso unico, che lui modula a piacimento inseguendo qualcosa, un’ispirazione continua, un istinto sovrano a cui tutto è concesso: lui lo sa, il pubblico lo sa.

Non saprei dire cosa c’è di commovente in lui. Tutto è denso di cose nel suo modo di muoversi, di cantilenare e poi spezzare all’improvviso il tono, di giocare con la delicatezza estrema e poi con le note baritonali della sua voce, nell’incedere ed uscire di scena come se ogni mossa fosse ovvia, l’unica possibile anche quando assurda. È talmente incisiva la sua comunicatività che lo spettacolo, di cui lui è pure l’assoluto protagonista, autore e sovrano, passa in secondo piano.

Lo spettacolo è proprio come il mare, un insieme di onde confuse insieme, che a tratti seguono correnti contrapposte e a tratti vanno nella stessa direzione, in un unico grande andirivieni.

Gli avvenimenti narrati sono visti attraverso il ricordo struggente: l’infanzia infelice, ma luminosa, l’adolescenza insicura, ma traboccante, l’amore sfiorato, ma mai posseduto. Figure e figurine di una italietta arrancante nella storia dove le canzonette fanno la parte del leone.

La scenografia che accompagna gli attori in scena e del grande Luzzati, ed enfatizza la pittura del secolo passato, mentre sul palco le musiche di Perrotin conquistano i sorrisi degli spettatori grazie anche alle coreografie esilaranti di Claudia Lawrence.

In un teatro che insegue sempre più tristemente il linguaggio, la recitazione e le scelte attoriali della televisione e del cinema, Paolo Poli rappresenta una ventata fresca e pulita di un passato glorioso che riesce a farsi ancora, significativamente, presente.

Ho sempre avuto l’insana passione di camminare con il naso all’insù.

Non tenere lo sguardo altezza vetrine solitamente regala sorprese architettoniche e la possibilità di viaggiare un po’ con la fantasia.

Trovo particolarmente affascinante poi sbirciare nelle case altrui. Fuori è buio, magari fa anche un po’ freddo e sei per strada, sollevi lo sguardo e vedi una finestra, con la luce accesa all’interno e quante più finestre con le luci accese potrai trovare, quanti più arredamenti differenti troverai.

Case austere, altre cariche di colori, quante personalità differenti, quante vite a incrociarsi e incontrarsi magari nelle scale del condominio.

Mi ritrovo a volte incantanta a immaginare chi è che vive in quell’appartamento, che mestiere fa, se ha dei figli, se è felice…

Sento quasi il calore di quella casa e da brava attrice recito mentalmente il passo dell’uomo dal fiore in bocca di Pirandello:

Sono capace di stare anche un’ora fermo a guardare dentro una bottega attraverso la vetrina. Mi ci dimentico. Mi sembra d’essere, vorrei essere veramente quella stoffa là di seta… quel bordatino… quel nastro rosso o celeste che le giovani di merceria, dopo averlo misurato sul metro, ha visto come fanno? se lo raccolgono a numero otto intorno al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d’incartarlo.

Guardo il cliente o la cliente che escono dalla bottega con l’involto appeso al dito o in mano o sotto il braccio… Li seguo con gli occhi, finché non li perdo di vista… immaginando… – uh, quante cose immagino! Lei non può farsene un’idea.

Ma mi serve. Mi serve questo.

Attaccarmi cosí – dico con l’immaginazione – alla vita. Come un rampicante attorno alle sbarre d’una cancellata.

Ah, non lasciarla mai posare un momento l’immaginazione: – aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri… – ma non della gente che conosco. No, no. A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse, una nausea. Alla vita degli estranei, intorno ai quali la mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo e in quello. E sapesse quanto e come lavora! fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di questo e di quello; ci vivo; mi ci sento proprio, fino ad avvertire… sa quel particolare alito che cova in ogni casa? nella sua, nella mia. – Ma nella nostra, noi, non l’avvertiamo più, perché è l’alito stesso della nostra vita, mi spiego?”

Ecco, esattamente come l’uomo dal fiore in bocca io mi addentro nelle vite degli altri, per sentirne il senso, il profumo, rimanendo ad osservarle.

Percepire il senso della vita, non solo della mia, ma anche quella degli altri, nelle moltitudini differenti in cui può svilupparsi e crescere consumandosi.

Ha un che di consolatorio tutto ciò. Si pensa di poter vivere talmente tante vite differenti e ci si sente in grado di cambiare la propria, come se bastasse un arredamento differente per essere persone differenti.

Ma in fondo non è questo il punto.

Il punto è sentire l’alito della vita che soffia e ti fa sentire vivo anche quando sei fermo ad osservare l’ atto unico di una attrice spettatrice.

 

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Il primo appuntamento della stagione con il Teatro Stabile, ci si reca in uno degli spazi più suggestivi che l’architettura moderna sia riuscita a recuperare mantenendo la storia e il fascino antico del luogo: le Fonderie Limone.

La fonderia ha vissuto anni di splendore ma anche momenti di grandi avversità, che l’hanno portata alla definitiva chiusura alla fine degli anni Settanta. Solo nei primi anni Novanta è stato predisposto un progetto di recupero funzionale ed urbanistico di ampio respiro con l’obiettivo di insediare, in alcune parti della struttura, attività di grande rilevanza cittadina. Un progetto significativo dal punto di vista urbanistico si è sommato, così, ad un progetto culturale ed artistico: l’ex Fonderia, secondo questo indirizzo, è diventata, grazie al rapporto con il Teatro Stabile di Torino, una “fabbrica delle arti” e luogo di produzione di spettacoli teatrali. Nasce, così, un polo unico nel suo genere in Italia, aperto alla progettazione e alla elaborazione delle idee, al servizio di tutti: del teatro, dell’arte e della comunità intera.

Danza, cinema, illusione ottica sono solo alcuni degli straordinari elementi che compongono uno degli spazi più sorprendenti degli ultimi anni dove invenzioni oniriche, quasi lunari, e  l’arte recupera la propria funzione evocatrice:  un’altra dimensione del reale, per esempio.

Sarebbe uno dei compiti della politica, ma di questo bisogno primario sono oggi coscienti solo gli artisti.

Adrien Mondot, ingegnere informatico- giocoliere, crea spettacoli che mettono in rapporto arti della scena e della visione. Una sfida al 3D, grazie alla quale i sogni infantili riemergono improvvisamente, mettendo a dura prova la razionalità che guida la nostra vita moderna. Una felice onomatopea, un invito al miraggio e al gioco.

Davanti agli occhi dello spettatore linee, punti, lettere e oggetti digitali proiettati su superfici piane, tessere e spazi poetici avvolgono, contrastano e disegnano la forma esatta del corpo e del gesto.

L’immaginazione diventa colore opaco e solido per rivelare trasparenza e libertà di movimento, il desiderio e l’infinito intutti noi.

Imperdibile.

Domenica sera, come non festeggiare degnamente il primo week end libero dopo mesi senza il mio teatro?

Reggia di Venaria, scenario impagabile, dopo una giornata di pioggia quasi autunnale in pieno Luglio, uno stupendo tramonto ci accoglie tra i giochi d’acqua della fontana all’ingresso della dimora sabauda.

Sono a pochi, pochissimi chilometri da casa e ogni volta mi stupisco della bellezza di questo posto. Non riuscirò mai ad abituarmici.

Stasera un appuntamento immancabile, succede una sola volta all’anno, e non si può non partecipare, beamo i nostri sensi con il teatro equestre.

In scena il Theatre du Centaure, Manolo e Camille in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia si esibiranno proprio ai giardini della Reggia, da dove i festeggiamenti per l’italico paese hanno avuto inizio.

E’ una migrazione quella raccontata stasera, la migrazione dell’umanità intera, che regala allo spettatore un’immagine a dir poco unica: 205 pecore, anzi per l’esattezza 207 (due cuccioli sono nati solo quattro giorni prima),  cani pastore e cavalli, il tutto nella piaza del paese, perfettamente a loro agio in mezzo alle bellezze juvarriane.

Ibridazione, flusso, riunione, sono le parole d’ordine di un’arte che rifiuta la cultura degli opposti e che ama di gran lungo la fusione tra uomo e animale.

Sognando la figura mitologica del centauro, in una quotidiana relazione tra cavaliere e animale, fino al limite della confusione, si ritrova il sè nell’altro perduto, chè ciò che comunenmente si chiama io, non è che la metà di qualcosa.

L’attore ibrido, metà uomo e metà cavallo è la realizzazione di un’utopia di un nuovo essere, il centauro è un grido di alleanza. Quando guardi un centauro, vedi una relazione, e non sarà mai completa se non diventa parte di te.

Teatro a Corte regala un’altra bella emozione, ristabilendo il suo fiore all’occhiello in una esibizione di poesia pura, umorismo e passione senza freni, animale.

Era da un po’ che mancavo sulle pagine telematiche della mia mente clandestina e ritorno non poteva essere progettato in modo migliore se non con una bella recensione teatrale.

Riapre la rassegna estiva, vanto di Augusta Taurinorum, di Teatro a Corte.

Spettacoli teatrali di origine europea che trovano come scenografia naturale le più belle dimore Sabaude e non solo, anche luoghi e teatri di recente ristrutturazione, recuperi artistici e architettonici di grande valore.

Giovedì 07 Luglio inizia la rassegna e con un susseguirsi di eventi e trasporti di pubblico con la navetta tra una reggia e l’altra non c’è che da sbizzarrirsi.

Eventi per tutti i gusti, che esulano dal mero concetto classico di teatro per concedersi sperimentazioni di forma ed espressione.

Ieri sera il primo dei due spettacoli in previsione per i miei occhi e clandestini.

Murmures des murs, di Victoria Thierree-Chaplin e Aurelia Thierree.

Aurelia calca il palcoscenico dalla tenera età di tre anni, e nonostante i suoi 41 attuali dimostra una forza e una giovinezza nei movimenti senza pari.

Murmures des murs si presenta come un mondo onirico, ai confini dell’incubo a volte, dove pazzia e sogno di mescolano in un susseguirsi di animali solo immaginati eppure visti e vissuti e porte che si aprono per aprire il passaggio a nuovi mondi e nuove dimensioni.

La musica continua e costante tiene viva l’attenzione dello spettatore che si gode divertito le performance acrobatiche che Aurelia, accompagnata in scena da Jaime Martinez e Antonin Maurel, non risparmia. Piccoli giochi di prestidigiazione, piuttosto che burattini a cui ha dato vera dignità umana e balli ai confini della seduzione. Spledido il tango sospeso sul tavolo e il balletto fatto sulle punte indossando ai piedi delle tazzine da caffè.

Acrobatica, poesia, arte circense e l’uso di burattini dunque si fondano in uno spettacolo che prende vita da una scenografia particolarmente mobile, in grado di ricreare luohi e suggestioni e a dare vita a continue evoluzioni di personaggi e storie e costumi.

La bellezza del teatro è quella di rendere anche gli occhi dello spettatore più anziano simili a quelli di un bambino: sgranati, sorridenti, curiosi. Una pioggia di “ma come ha fatto a fare quella cosa lì?” accompagnava i nostri passi verso l’uscita.

Gli applausi finali a scena aperta sono stati copiosi e meritatissimi per questo nuovo spettacolo che ha avuto la sua prima presentazione mondale proprio ieri sera nella nea ristrutturazione del Teatro Astra.

Teatro a corte rimane una garanzia nella qualità degli eventi che propone e guardandomi attorno sono rimasta anche orgogliosa di noi pubblico, variegato quanto non mai ed educato e curioso, unito da una sana curiosità culturale e intellettuale.

Bello riuscire a stupirsi dell’arte che ci circonda e di come non si sia soli a tuffarsi in un mondo di percezioni visiva che trova espressione negli occhi di chi lo osserva.

 

 

 


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