Clandestinamentemente’s Blog

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Domenica sera, come non festeggiare degnamente il primo week end libero dopo mesi senza il mio teatro?

Reggia di Venaria, scenario impagabile, dopo una giornata di pioggia quasi autunnale in pieno Luglio, uno stupendo tramonto ci accoglie tra i giochi d’acqua della fontana all’ingresso della dimora sabauda.

Sono a pochi, pochissimi chilometri da casa e ogni volta mi stupisco della bellezza di questo posto. Non riuscirò mai ad abituarmici.

Stasera un appuntamento immancabile, succede una sola volta all’anno, e non si può non partecipare, beamo i nostri sensi con il teatro equestre.

In scena il Theatre du Centaure, Manolo e Camille in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia si esibiranno proprio ai giardini della Reggia, da dove i festeggiamenti per l’italico paese hanno avuto inizio.

E’ una migrazione quella raccontata stasera, la migrazione dell’umanità intera, che regala allo spettatore un’immagine a dir poco unica: 205 pecore, anzi per l’esattezza 207 (due cuccioli sono nati solo quattro giorni prima),  cani pastore e cavalli, il tutto nella piaza del paese, perfettamente a loro agio in mezzo alle bellezze juvarriane.

Ibridazione, flusso, riunione, sono le parole d’ordine di un’arte che rifiuta la cultura degli opposti e che ama di gran lungo la fusione tra uomo e animale.

Sognando la figura mitologica del centauro, in una quotidiana relazione tra cavaliere e animale, fino al limite della confusione, si ritrova il sè nell’altro perduto, chè ciò che comunenmente si chiama io, non è che la metà di qualcosa.

L’attore ibrido, metà uomo e metà cavallo è la realizzazione di un’utopia di un nuovo essere, il centauro è un grido di alleanza. Quando guardi un centauro, vedi una relazione, e non sarà mai completa se non diventa parte di te.

Teatro a Corte regala un’altra bella emozione, ristabilendo il suo fiore all’occhiello in una esibizione di poesia pura, umorismo e passione senza freni, animale.

Torino gelosa di Roma.

Il week end della beatificazione e del primo Maggio aveva portato un sacco di credenti e fedeli della musica nella Capitale? Ed ecco che la prima Capitale non vuole essere da meno e appena 7 giorni dopo parte da Venaria Reale il giro d’Italia, mescolando bandiere rosa a quelle tricolore (si potrebbe riciclarle tra appena qualche giorno al prossimo gay pride, in un periodo di austerità economica non si butta via niente!).

Una ragnatela di strade chiuse al traffico e relativi ingorghi di automobilisti impazziti che credevano di poter risolvere tutto suonando un clacson. Un vero concerto post moderno ha accompagnato tutti noi torinesi nella giornata di ieri, ma potevamo accontentarci? no! Vogliamo fare gli sboroni! E allora organizziamo il raduno degli alpini nel centro città!

Già da dieci giorni la città intera e le cittadine limitrofe erano ornate a festa e decorate con striscioni con su scritto “Benvenuti Alpini”. Come se fosse la cosa più normale del mondo si vedevano per strada muli giganti e nonnetti col naso rosso (primo sole o ennesimo bicchiere di vino?) e i cartelli affissi in metropolitana non promettevano nulla di buono:

“Si sconsiglia l’uso della metropolitana, potrebbero verificarsi code dai 30 ai 90 minuti PER POTER SCENDERE ALLE STAZIONI e alcune di esse essere chiuse senza preavviso alcuno per il troppo affollamento. Ah, scordatevi di poter comprare il biglietto alle macchinette automatiche, andate ad assaltare i tabacchini nei paraggi e munitevene per tempo”.

Ma i torinesi son sempre contenti quando si oraganizza una festa nella propria città, stentano a riconoscerla, la vedono colorata non solo più di grigio come mamma Fiat ci ha educato a immaginarla da sempre, vedono gente per strada fino a notte fonda, ma a sto giro, non si lamentano perchè vedono orde di ubriaconi.

Stranamente non si lamentano per come le persone si siano raccolte per fare casino e ubriacarsi in strada già dalle 9 del mattino. Tollerano le lattine di birra e i fiaschi di vino che sporcano il centro cittadino e tutto questo solo perchè sono Alpini.

Ora, sia ben inteso, massimo rispetto a tutti.

Non mi infastidiscono i rave party e nemmeno le adunate degli Alpini.

Quello che mi infastidisce è la ipocrisia del torinese/italiano medio.

L’alcol fa male? Bene, fa male a tutti. Non solo ai giovani.

Bisogna rispettare il suolo pubblico? E allora perchè se a giugno vediamo un tedesco ubriaco con la birra in mano ci schifiamo e a maggio se è un alpino a barcollare ci fa subito allegria e senso patriottico?

“Ah che bella festa! Ci siamo divertiti un mondo!” Anche i ragazzi nei rave party si divertono, ma loro sono drogati e allora non va bene, molto meglio se si è solo ubriachi.

Che poi le stesse persone che ora sorridono alle forze pubbliche o armate che siano nel nostro centro storico, saranno le stesse che si scandalizzeranno quando per le stesse vie passerà il corteo del gay pride, fatto di gente non drogata e non ubriaca, ma che rivendica semplicemente il fatto si essere ciò che è, senza doversi nascondere o vergognare per la propria inclinazione sessuale.

Ci stiamo anche attrezzando per il priossimo raduno dei bersaglieri, e poi cos’altro? Facciamo il raduno dei fantini? E poi quello dei Parà?

Ma perchè invece non oragnizziamo un bel raduno per tutti quei ragazzi che facendo volontariato aiutano i barboni per strada, o vanno a tenere compagnia ai vecchietti dimenticati negli ospizi, o puliscono il territorio con le adunate di legambiente?

Abbiamo per forza bisogno di raggiungere un’identità solo indossando una divisa?

L’alpino resterà sempre un alpino, anche quando non indossa tutti i giorni la sua divisa.

L’uomo resterà sempre uomo, e come tale dovrebbe essere rispettato e rispettare a sua volta gli altri, senza ipocrisia alcuna.

Cavallerizza Reale, proprio vicino all’Auditorium e alla Mole Antonelliana.

Una sera di fine Aprile, una di quelle sere dove il cielo è abbastanza terso ma l’aria è ancora fresca, troppo fresca.

In una Torino con le bandiere tricolore appese in un po’ tutte le finestre e i balconi, gli anziani Torinesi si recano all’Auditorium illuminato di rosso bianco e verde e i meno anzianotti vanno alle vicine scuderie reali.

Proprietà demaniale, entrati in quel cortile un po’ nascosto viene sempre una gran voglia di aprire quegli immensi portoni e vedere cosa nascondono quei luoghi conosciuti dai soli intenditori di una città bella, bellissima, ma che come le prime donne si fa conoscere e scoprire solo da chi lo desidera davvero.

Un gruppetto di ragazzi un po’ freak e un po’ intellettualoidi chiacchera prima di entrare in sala. Viene anche distribuito un giornale datato 1 Maggio 2016, con un sacco di notizie riguardanti l’Italia, la nostra povera Italia. Notizie ovviamente inventate, che raccontano di un futuro senza criminalità e disoccupazione, di un vecchio premier che, bandana in testa, partecipa all’isola dei famosi, con un Fede impazzito che finge addirittura crisi di identità per mascherarsi e poter televotarlo in continuazione. Nasce un sorriso a leggere queste notize, ma è un sorriso amaro, che fa prendere ancora più consapevolezza della triste realtà sociale ed economica che siamo costretti a vivere oggi, 1 Maggio 2011.

In scena stasera nello spazio teatrale della Cavallerizza c’è Ascanio Celestini, in uno studio per il suo prossimo spettacolo teatrale, la cui prima è prevista per Ottobre circa.

Pro Patria – “Senza Prigioni, Senza Processi” Racconto della Repubblica Romana.

Ha uno stile tutte suo Ascanio, entra in scena confondendosi col pubblico, fa una breve presentazione mista a cabaret dello studio che sta andando a presentare e via, le luci si abbassano e lui è lì, in una scenografia spoglia, se non quasi inesistente, a parlare velocemente in un dialogo immaginato con Mazzini.

Il suo è un vero dialogo con il buon vecchio Giuseppe, in cui gli presenta un discorso, divagando a più non posso nella storia della Repubblica Romana prima e dell’Italia poi.

Si divaga sul senso di giusizia che ha sempre contraddistinto la nostra Nazione, anche quando Nazione ancora non era:

“Chi ruba una mela finisce in galera anche se in molti pensano che rubare una mela è un reato da poco. E chi ruba due mele? Chi ne ruba cento? Quando il furto della mela diventa reato? C’è un limite? C’entra con la qualità della mela? La legge è uguale per tutti, e i giudici non si mettono a contare le mele. La statua della giustizia davanti al tribunale ha la bilancia in mano, ma entrambi i piatti sono vuoti. Non è una bilancia per pesare la frutta.”

Inizia così Ascanio, mentre interpreta un detenuto, cercando di riscostruire la storia di una Nazione vantando una formazione politica avvenuta grazie a tre libri che l’istituzione carceraria gli ha permesso di tenere in cella.

Già, perche le carceri devono aiutare a risocializzare e a rieducare, e così ti mettono in cella di isolamento e con solo tre libri, già molti di più di quelli che legge il popolo medio impegnato a guardare il Grande Fratello.

Nelle sua ricostruzione storico-politica Ascanio racconta i fatti da un nuovo e personalissimo punto di vista. Assolutamente convincente.

Dalle insurrezioni del 48 fino a quella di Milano del 53, quella di Celestini è la storia di un Paese nato dalle rivoluzioni, e come disse Marx, la rivoluzione è come la poesia, non si fa su commissione.

“Quando è che avete pensato ‘siamo sconfitti’, Mazzini?”

Quando è che avete iniziato a pensarlo anche voi, italiani?


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