Clandestinamentemente’s Blog

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La vita si sa, non è mai solo discesa.

Momenti in cui le salite sono con più del 10% di pendenza poi non sono così rari, e puoi avere i muscoli più allenati del mondo, delle cosce “de fero” ma il sudore e la fatica imperlano la fronte e il viso. Ottima scusa per nascondere le lacrime, bisogna avere solo l’accortezza di portare un paio di occhiali scuri per nascondere gli occhi rossi.

Devo ammetere che di momenti difficili da salita in pendenza ne ho avuti molti, soprattutto in passato, e la mia capacità, a volte assolutamente inimmaginata a priori, di trovare forza e coraggio per affrontare tutto è stata invidiabile, permettendomi di dire che esattamente come la Fenice sono rinata dalle mie ceneri.

Si inizia solitamente da un cambiamento piccolo, ma necessario per dare la spinta agli altri a venire.

Un taglio di capelli, un nuovo look, oppure shopping compulsivo irrefenabile (quando il portafogli lo permette), sono solitamenti segni inequivocabili della ricerca di un cambiamento che si sente necessario e quindi come prima cosa deve risultare visibile ai più, ma soprattutto a sè stessi.

Si passa poi a abitudini nuove e coccole personali, bisogna essere generosi con se stessi e dimostrarsi affetto e stima, ecco quindi che ci si prende cura del posto dove si vive, della propria persona fino a guardarsi allo specchio e trovarsi non belli, ma dei veri idoli delle masse, irresistibili, irrefrenabili.

Più te ne convinci e più inizi a emanare “una luce”, le persone intorno a te iniziano a notarla ed ecco che la convizione diventa collettiva e il cambiamento, la trasformazione sta davvero prendendo forma.

Ci si smussa, ci si affina e pian piano il piumaggio rispunta, robusto e colorato.

Ed ecco che quando pensavi di essere ormai cenere ti ritrovi Fenice, libera di volare.

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Ultimamente sto riscoprendo il piacere delle cose semplici, pensieri e gesti che sempre più sovente si danno per scontati e spontanei mentre invece, non lo sono per nulla.

Quane sono le coppie sposate che danno per assodato e certo il condividere i propri spazi con il proprio compagno/a, e quante di loro neanche più notano la poesia della presenza dell’altro anche solo dai piccoli dettagli? Una camicia nel proprio armadio, un paio di pantofole che non sono le tue, delle magliette insieme nello stesso cesto della biancheria. Quanta poesia si nasconde dietro questi spazi condivisi e convissuti…

Si da per scontato che svegliarsi accanto alla donna scelta sia normale, difficilmente ci si accorge ogni mattina della grande fortuna che si ha nell’aprire gli occhi e vedere i suoi, sentire il cuore che batte, e non solo perchè segue la meccanica perfetta del nostro corpo, ma perchè si perde in un battito impazzito con melodia jazz.

Quanto è bello sentire un musetto morbido che ti da il buongiorno al mattino e che si coccola sulle tue gambe la sera, impastando immaginarie pagnotte nell’aria. Quanto è bello annusare il suo pelo e sentirlo morbido e profumato, occhi che si perdono negli occhi, perchè per capirsi e amarsi non bisogna per forza essere della stessa razza.

Quanto è bello dopo anni, risentire di vivere emozioni che si pensava di non essere più in grado, troppo disilluse ormai. Quanto è bello riscoprirsi a vivere un sentimento come se fosse la prima volta che lo si vive…

Quanto è bello immaginare il momento in cui si diranno e ci saranno rivolte parole d’amore, consapevoli che le parole sono solo parole, ma che le emozioni le arricchiscono ogni volta con nuovi bagliori che colpiscono all’improvviso e ti fanno capire davvero che sono le cose semplici che ti fanno sentire vivo.

 

 

Il rumore del mare.

Onde che arrivano a riva e si infrangono, altre che ripartono lente per andare via e tornare, sotto altre forme, con un nuovo suono a cullare la mente.

Tutta la vita è uno scorrere in un lento movimento di onde che segnano istante dopo istante la nostra spiaggia.

Onde che a volte increspano pensieri e a volte li accarezzano solleticandoli. Onde che portano lontano, che fanno attraversare mari, non tralasciando le insenature.

Stasera mi perdo nelle onde dei miei pensieri.

Ricordi.

Sguardi.

Quella risata che ha scaldato il cuore.

Quella parola dolce alla quale speri di non abituarti mai, per non perderne l’essenza della dolcezza.

Istanti che segnano vite, che regolano respiri, uno dopo l’altro.

Come le note di una canzone che era da tempo che non ascoltavi più e che riaccende un ricordo, una sensazione. Un lasciarsi trasportare che non conosce tempo.

Il ricordo di un viaggio.

Il tuo.

 

Ho sempre avuto l’insana passione di camminare con il naso all’insù.

Non tenere lo sguardo altezza vetrine solitamente regala sorprese architettoniche e la possibilità di viaggiare un po’ con la fantasia.

Trovo particolarmente affascinante poi sbirciare nelle case altrui. Fuori è buio, magari fa anche un po’ freddo e sei per strada, sollevi lo sguardo e vedi una finestra, con la luce accesa all’interno e quante più finestre con le luci accese potrai trovare, quanti più arredamenti differenti troverai.

Case austere, altre cariche di colori, quante personalità differenti, quante vite a incrociarsi e incontrarsi magari nelle scale del condominio.

Mi ritrovo a volte incantanta a immaginare chi è che vive in quell’appartamento, che mestiere fa, se ha dei figli, se è felice…

Sento quasi il calore di quella casa e da brava attrice recito mentalmente il passo dell’uomo dal fiore in bocca di Pirandello:

Sono capace di stare anche un’ora fermo a guardare dentro una bottega attraverso la vetrina. Mi ci dimentico. Mi sembra d’essere, vorrei essere veramente quella stoffa là di seta… quel bordatino… quel nastro rosso o celeste che le giovani di merceria, dopo averlo misurato sul metro, ha visto come fanno? se lo raccolgono a numero otto intorno al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d’incartarlo.

Guardo il cliente o la cliente che escono dalla bottega con l’involto appeso al dito o in mano o sotto il braccio… Li seguo con gli occhi, finché non li perdo di vista… immaginando… – uh, quante cose immagino! Lei non può farsene un’idea.

Ma mi serve. Mi serve questo.

Attaccarmi cosí – dico con l’immaginazione – alla vita. Come un rampicante attorno alle sbarre d’una cancellata.

Ah, non lasciarla mai posare un momento l’immaginazione: – aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri… – ma non della gente che conosco. No, no. A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse, una nausea. Alla vita degli estranei, intorno ai quali la mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo e in quello. E sapesse quanto e come lavora! fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di questo e di quello; ci vivo; mi ci sento proprio, fino ad avvertire… sa quel particolare alito che cova in ogni casa? nella sua, nella mia. – Ma nella nostra, noi, non l’avvertiamo più, perché è l’alito stesso della nostra vita, mi spiego?”

Ecco, esattamente come l’uomo dal fiore in bocca io mi addentro nelle vite degli altri, per sentirne il senso, il profumo, rimanendo ad osservarle.

Percepire il senso della vita, non solo della mia, ma anche quella degli altri, nelle moltitudini differenti in cui può svilupparsi e crescere consumandosi.

Ha un che di consolatorio tutto ciò. Si pensa di poter vivere talmente tante vite differenti e ci si sente in grado di cambiare la propria, come se bastasse un arredamento differente per essere persone differenti.

Ma in fondo non è questo il punto.

Il punto è sentire l’alito della vita che soffia e ti fa sentire vivo anche quando sei fermo ad osservare l’ atto unico di una attrice spettatrice.

 

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Chi mi conosce bene sa la mia passione sfrenata per l’architettura, il mio girare con il naso in aria per Torino e il mondo intero, a caccia di particolari che sfuggono ai più per imprimerli nella mia memoria e nei miei sensi.

Adoro cercare di abbinare dei gusti alle architetture, Torino è sicuramente una città gusto gianduia e non solo perchè è la maschera carnevalesca di questo antico accampamento romano, ma perchè è il gusto che le si addice meglio, e se vogliamo parlare di vini io vi abbinerei un buon Roero.

La sicilia, luogo delle mie vacanze estive anche quest’anno ha un gusto gelso, deciso, acre e dolce al tempo stesso, come le emozioni che regala ogni volta che vi metto piede.

Questa sera stavo guidando senza fretta per le vie della Torino di un tempo, palazzi Liberty che emergevano quasi a sorpresa tra nuove costruzioni, quasi a dimostrazione che l’architettura ha saputo essere qualcosa d’altro rispetto a palazzi squadrati, senza storia, senza fascino, senza bellezza.

Come al solito la mia mente si ferma, ammira e inizia a viaggiare stando sul posto, in un percorso del sè che è sempre difficile definire perchè nasce e sente la necessità di esprimersi. Ma così è, non resta che seguire la corrente.

In Corso Lecce vedo una casa, antica sicuramente, non riesco a riconoscervi un’epoca precisa, abbastanza squadrata, con due torri con i merletti e una porticina in ferro che è solo l’ingresso per delle scale esterne che portano poi a un portoncino in stile. Corso Lecce quasi angolo C.so Appio Claudio per chi fosse di Torino e gli venisse la curiosità di vederla, nello stesso isolato dove si trova la meravigliosa casa di Macario.

Beh, guardo quella casa e penso.

E se avessi vissuto qui?

Quasi mi vedo, con i sandali di cuoio col tacco di oggi e la mia gonna leggera color sabbia scendere quei gradini, riconosco i miei passi di donna in metamorfosi, non più bimba, non ancora donna come vorrebbe essere…

Se avessi vissuto qui, la mia vita sarebbe la stessa di adesso?

Molto probabilmente avrei frequentato altre scuole, avrei conosciuto altre persone, tutto il mio microcosmo sarebbe cambiato, ma io, persona, io, anima pulsante e cervello pensante, sarei stata la stessa di adesso?

Do per assodato l’educazione ricevuta, i valori morali trasmessi dalla mia famiglia, i grandi insegnamenti che hanno forgiato il mio carattere. Qualcosa di indole anche c’è sicuramente, il mio essere sognatrice non mi è stato insegnato, sono io, come l’essere severa e ipercritica, ai confini con la cattiveria e la crudeltà con me stessa, soprattutto se in periodo pre mestruo (si sa che la sinusoide ormonale femminile gioca brutti scherzi).

Ipotizzando amici e amiche del cuore differenti, esperienze di vita differenti, sarei differente io stessa?

Tutto questo ragionamento si affaccia oggi nella mia mente, in un periodo in cui sto cercando di guardarmi dentro come non mai, per capire bene chi sono, accettarlo, non averne paura e soprattutto facendo un percorso consapevole e scelto e desiderato da me e da me soltanto.

Se avessi abitato qui, in questa casa con le torri a merletto, sarei la persona che sono ora? Sarei la donna che sto diventando e che soprattutto desidero diventare?

A volte forse basta poco per cambiare vita, le persone sono il frutto di esperienze vissute, di luoghi, di profumi che le hanno segnate nel loro cammino.

Quante volte, negli ultimi anni soprattutto ho desiderato andarmene via da Torino, pur amandola moltissimo e cercare un’altra vita, un’altra espressione di me stessa, sentendomi non totalmente appagata, non totalmente libera di essere ciò che sono, non essendone ancora oltretutto consapevole.

Una sensazione di eterna insoddisfazione che trovava pace e serenità solo in piccoli rari momenti di felicità, spesso neanche legati a situazioni particolarmente significative.

Ora che anche mio fratello ha mollato tutto per cambiare luogo, ora che anche lui vive in una città che io ancora non conosco, mi chiedo se si è persone differenti in base alle proprie scelte di vita o in base alle persone e i luoghi che le hanno determinate.

Il famoso libero arbitrio, la libertà assoluta nella facoltà di scelta è in realtà una scelta guidata da quanti fattori che ci influenzano?

Questi i ragionamenti fissando dei gradini di una casa a Torino.

Domande molte, risposte nessuna, ma una certezza in me.

Desidero riconoscere i miei passi di donna non più in metamorfosi, sicura, che da non più bimba si è trasformata nella donna che è…

 


Ad un attento lettore delle mie pagine non sarà certo sfuggita una mia propensione alla sofferenza amorosa.

Ah l’amour…sicuramente uno dei motori dell’universo, che tutto e tutti smuove. Come esimersi da questa giostra che testa e cuore fanno girare regalando farfalle svolazzanti nello stomaco?

Certo i rischi non sono pochi e nemmeno rari, ma l’alternativa che si propone è un lento non vivere. Pochi picchi in basso, vero, ma anche pochi in alto.

Da qualche mese a questa parte una nuova consapevolezza di me stessa, il sentirmi bella, dentro e anche fuori, il guardarmi allo specchio e piacermi, cosa non frequente negli ultimi anni, devo essere sincera. Anche chi mi sta attorno se ne accorge, probabilmente illuminata da una nuova luce mi capita di ricevere complimenti, inviti, fiori…

Occorre però fare una distinzione, perché è facile parlare di amore, ma non tutte le sensazioni sono uguali, anzi, differenti di volta in volta. Ogni amore è un amore nuovo, una sensazione inaspettata e a suo modo speciale, unica.

L’amore sacro, non inteso come religioso, ma quello più puro che ci fa vedere il mondo a forma di cuore anche se si è come me, cinici andanti. E’ quel sentimento che, io per prima a volte in un goffo tentativo di difesa, cerco di allontanare, troppa è la paura di una nuova sofferenza, ma ogni tentativo è puntualmente fallito ogni volta. Al cuor non si comanda, ed è ora di farsene una ragione.

All’improvviso incontri una persona, entri in contatto con il suo mondo e te ne senti talmente affascinato che, senza neanche accorgertene il più delle volte, ti ritrovi a pensare a lei. Hai voglia di sentire la sua vicinanza, perderti nei suoi occhi e bearti dei suoi sorrisi, per il puro gusto di vivere quella emozione. Che poi la si viva realmente o solo mentalmente è un piccolo particolare ( a volte neanche irrilevante) che comunque trascende dal sentirsi coinvolti emotivamente o meno. Ci si ritrova avvolti in quel miele di sensazioni che ti rimangono addosso, e noi, piccoli orsi sulla difensiva, iniziamo a leccare avidi e ingordi.

E’ amore sacro quello che ci lega ai nostri cari, siano essi genitori, fratelli, amici o animali di compagnia, quello che ci spinge ad andare incontro ad un amico in difficoltà, quello che ci fa sentire persone migliori ogni volta decidiamo di viverlo.

E poi vi è l’amor profano, quello più fisico, se vogliamo carnale, che a volte c’entra anche con quello sacro, e a volte no. E’ puro istinto animale primordiale che chiede vita per mordere la vita stessa con voracità e avidità. Nulla di male nel viverlo, come e quando si vuole. Ho amici gay, passionali, meno passionali, religiosi, più estrosi, ognuno di loro lo vive secondo le proprie voglie e fantasie, tutte rispettabilissime.

Il vivere in un paese che ospita lo stato del Vaticano certo non aiuta ad avere un’apertura mentale adeguata e il più delle volte il parlare o a volte anche il solo pensare ad un amore animale di questo tipo fa passare per “gente poco perbene”.

Secondo me no.

La gente poco perbene è chi non rispetta il prossimo, chi lo umilia, chi parla alle spalle, chi si dimostra maleducato e ignorante.

Lasciamoci andare, viviamo, amiamo.

E se sofferenza conseguente sarà, sarà solo un altro modo per sentirci vivi e non semplici vegetali.

 

 

 

A Cannes sul tappeto rosso passeggia il Nanni nazionale?

E noi andiamo a rendergli onore al cinema!

Cinema di periferia, facile per il parcheggio e più vicino a casa. In sala solo noi, ma in fondo è da parecchio che  il film è uscito e poi è venerdì sera, secondo spettacolo.

Era un po’ che non andavo al cinema, le ultime pellicole viste sul grande schermo erano l’ultimo di Woody Allen e la versione digitalizzata di Frankenstein Junior. Quando si dice classe, anche nella scelta delle pellicole…

Dopo aver visto un paio di settimane fa un’intervista sulla 7 a Nanni Moretti, la curiosità per andare a vedere la sua nuova pellicola è cresciuta sempre più, e poi devo ammettere che ho sempre avuto una grande stima nel personaggio e non sono mai stata delusa dai suoi film, dai più visionari e divertentissimi Ecce Bombo e Bianca ai più preveggenti Palombella Rossa  e Il caimano.

Non si smentisce Nanni. Genialmente ironico e delicato tratta un argomento non facile: la fragilità umana. Quella fragilità che colpisce proprio tutti, anche chi dovrebbe essere la guida spirituale del popolo e vi si mostra semplicemente per ciò che è, un uomo, con i suoi fallimenti, i suoi sogni irrealizzati e la paura di non essere all’altezza di un ruolo troppo grande da sostenere per chiunque.

Nanni butta uno sguardo all’interno del Vaticano, con tutte le contraddizioni che ne derivano, in una Roma fatta di gente comune che viene lasciata al telefono mentre è sull’autobus che torna a casa dopo una giornata di lavoro, di gente che lavora faticosamente ai bar assaliti da giornalisti e curiosi in attesa della fumata bianca e di persone che semplicemente sono ancora in grado di guardarsi attorno, e accorgersi che c’è un vecchietto che vaga per la strade della città che è confuso e necessita di un’attenzione gentile e disinteressata, che non lo soffochi.

Cardinali e guardie svizzere sono anch’essi rappresentati con i loro difetti che li rendono per una volta dei personaggi umani, sarcastici, buffi, a volte anche inadeguati rispetto al ruolo che devono portare avanti, e perciò ancora più simpatici all’occhio dello spettatore.

L’ironia di Nanni si sviluppa in iperbole a volte anche grottesche, ma non risulta mai fuori luogo o sacrilega. Porta in evidenza quei difetti della chiesa che sono evidenti a tutti noi senza però mai essere superare il segno, anzi, regalando uno sgurado più umano e sentimentale sulla figura del Sommo Pontefice. Sguardo che purtroppo non siamo più abituati a riconoscere nell’attuale Papa, troppo rigido e convenzionale per poter catturare il cuore dei fedeli o la stima dei non fedeli.

Un’ottima prova per il semplicemente grandioso Michel Piccoli. Lascia senza parole la sua recitazione, assolutamente imbeccabile e in grado di trasmettere con un solo sguardo un sentimento di affetto per un Papa che io personalmente vorrei vedere affacciarsi al Balcone della basilica di San Pietro il prima possibile.

Un Papa incerto, dolce, intelligente, osservatore, umano.

Sarebbe bello se alla prossima fumata bianca sentissimo le parole “Vox populi gaudum magnum: Habemus Papam!” E subito dopo l’urlo di un uomo in preda al panico, che si renda conto che essere Papa non è solo indossare vesti pregiate ma anche e soprattutto essere guida umile di un popolo di fedeli e non solo.


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